Il 21 maggio 2009 è la data di entrata in vigore, in Giappone, del nuovo sistema legale detto “dei saiban-in”, neologismo giapponese coniato nel 2001 per indicare la giuria popolare. Sei cittadini estratti a sorte tra gli elettori saranno chiamati ad affiancare tre giudici togati per giudicare solo i reati più gravi. Tra le perplessità degli accademici e la fredda attesa da parte dell’opinione pubblica, nel paese in cui la prima fase processuale dura in media 90 giorni, in cui il 97% degli imputati viene condannato ed esiste ancora la pena di morte, la giuria popolare potrebbe rappresentare il primo passo verso una riforma del processo. Ne abbiamo parlato con Andrea Ortolani (dottore di ricerca in diritto comparato), a Tokyo dal 2003 per studiare il sistema giuridico giapponese.
(da Equilibri.net, 21 maggio 2009) >>
giovedì 21 maggio 2009
giovedì 23 aprile 2009
GIAPPONE: VERSO LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE
L’invio di due navi da guerra nel golfo di Aden e la reazione al lancio nord-coreano: due episodi che hanno riacceso il dibattito (mai realmente sopito) sull’opportunità della riforma della Costituzione e sul ruolo delle Forze di Auto-Difesa (Self-Defense Forces) in Giappone. Il paese è pronto per una riforma della propria Costituzione? Quali sarebbero le conseguenze nello scacchiere geopolitico dell’Asia Orientale?Ne abbiamo parlato con Alessio Patalano, docente presso il Dipartimento di War Studies del King’s College di Londra ed esperto di storia militare e di relazioni internazionali dell’Asia Orientale. >>
Paolo Soldano (23 aprile 2009)
Paolo Soldano (23 aprile 2009)
domenica 12 aprile 2009
Metropoli senz'anima
È stato definito “straordinario”, “originale”, “un efficace ritratto d’atmosfera della città e dei suoi abitanti”: basta solo il sottotitolo per capire che “Tokyo! – Tre visioni di esistenza” è uno di quei film di cui si parlerà, nel bene e nel male (e probabilmente solo su internet, visto che in Italia non si sa bene se e quando uscirà nelle sale). Tre registi (di cui uno coreano), tre storie, un’unica città che fa da sfondo alle vite di tre personaggi inquietanti: una donna con disturbi psichici che si trasforma in sedia, un “hikikimori” (fenomeno tutto giapponese di chi si ritira in casa per anni senza uscirne mai) che si innamora di una ragazza con tatuaggi speciali che consegna pizza a domicilio, e una specie di eremita dalle unghie lunghissime e dallo strano linguaggio che vive nelle fogne di Tokyo, arrestato per un attacco terroristico. Allucinazioni allo stato puro che raccontano una delle città più popolate al mondo, dove alienazione e solitudine sono all’ordine del giorno. Sarò pronto a guardarlo?
(da Tokyo - pubblicato su "A" 15/09)
(da Tokyo - pubblicato su "A" 15/09)
martedì 7 aprile 2009
Addio azienda mamma
(di Paolo Soldano - pubblicato in versione ridotta su
Il Mondo del 3/4/09)
Disoccupazione e agitazioni sociali, classe politica impopolare e malvoluta, crollo delle esportazioni. La crisi imperversa senza tregua sul Paese del Sol Levante mostrando sempre di più il “volto umano” della (ancora per poco?) seconda economia mondiale.Il Mondo del 3/4/09)
Fine dell’impiego a vita
È da poco uscito un libro dal titolo “Non mettere la tua vita a servizio dell’azienda” (“Kaisha ni jinsei o azukenura”). La tesi dell’autrice, Kazuyo Katsuma (analista in carriera di quarant’anni che gira in bici per le strade di Tokyo, 14 libri pubblicati e 3 figli) è tanto semplice quanto sconcertante, almeno fino a qualche anno fa: i giapponesi dovrebbero riconsiderare l’impiego a vita e cambiare il loro modo di pensare riguardo al rischio. “Molti confondono rischio con pericolo” – ha detto Katsuma in una recente intervista al Japan Times – “I rischi sono opportunità che arrivano in circostanze eccezionali”. Dunque tutti dovrebbero avere la “libertà di correrli”, e finirla di cacciarsi in situazioni come l’impiego a vita, dove “si entra in azienda a 22 anni e si esce a 60 con la pensione. Oggigiorno è del tutto insensato credere che un’azienda possa mantenere una stabilità finanziaria per un arco di tempo così lungo”.
Pensiero controcorrente? A quanto pare no.
La crisi imperversa come uno tsunami sul gigante giapponese e le cose, a poco a poco, stanno cambiando, tra licenziamenti e aumento dei senzatetto.
Nella sola area metropolitana di Tokyo (almeno secondo le ultime stime ufficiali del Ministero del Lavoro, risalenti al 2007) sarebbero 2.000 le persone costrette a passare la notte negli “internet caffè”, che si stanno sempre di più trasformando alberghi a ore dove si può anche mangiare, dormire e farsi una doccia. Vero e proprio rifugio per senzatetto e per chi, la mattina dopo, pur non avendo una casa, va a lavorare. E il numero di persone registrate alla Tokyo Challenge Net, centro di assistenza sociale nato l’anno scorso nella capitale proprio per sostenere i rifugiati dei net caffè nella ricerca di casa, lavoro e prestiti agevolati, ha raggiunto a marzo quota 1.002, il 33% dei quali costituito da trentenni.
Le aziende corrono ai ripari come possono: riducendo il personale, imponendo ferie non pagate anche una volta alla settimana, non mantenendo le promesse prese con i neolaureati.
Si è anche raggiunto da poco un accordo tra il governo e la Japan Business Federation (associazione che conta al suo interno più di 1.300 aziende) per il “job sharing”. “Lavorare meno, lavorare tutti”, recitava un vecchio slogan, e in Giappone sembra oggi la via da seguire: dopo Toyota, Toshiba e Nissan, è certo che molti seguiranno il modello.
Tensioni sociali
In un Paese dove protestare non fa parte del DNA della società civile, colpisce l’agitazione di marzo dei dipendenti dell’Ana (All Nippon Airways) – la settima compagnia aerea nel mondo e la più importante per quanto riguarda i voli interni. Indetto da quattro sigle sindacali in seguito ai tagli per 14 miliardi di yen (circa 1,2 miliardi di euro) previsti dalla compagnia, che ha accusato perdite per 9 miliardi di yen (72 milioni di euro – meno 18,1% di voli in meno solo a dicembre) nell’anno fiscale appena concluso, lo sciopero di 24 ore ha causato disagi a quasi 10.000 passeggeri, con 137 voli cancellati e 30 ritardati.
Sembra proprio che tutti i nodi stiano venendo al pettine.
Secondo quanto è emerso da una recente analisi dell’International Labour Organization (agenzia delle Nazioni Unite) i senza lavoro che non ricevono sussidi di disoccupazione in Giappone ammontano al 77% dei disoccupati, la proporzione più alta tra le nazioni industriali. La relazione dell’Organizzazione, che ha coperto 8 “grandi” nazioni incluse quelle emergenti dal punto di vista economico, mostra che il Brasile ha la più alta percentuale di senza lavoro (93%) che non ricevono sussidi, seguito dalla Cina (84%), dal Giappone (77%), dagli Stati Uniti e dal Canada (entrambi al 57%). La percentuale scende a meno del 20% per Francia (18) e Germania (13).
I primi a pagarne le conseguenze sono, ovviamente, gli stranieri, a cominciare dalla folta comunità latina, soprattutto brasiliana (i cosiddetti «nisei», cioè i nipoti degli emigranti giapponesi che nel secolo scorso andarono in Sud America a cercar fortuna, e che poi tornarono all’epoca della bolla economica). Su 320 mila “nisei” ufficialmente registrati, circa la metà è senza lavoro.
La differenza tra un disoccupato giapponese e uno straniero? Per il secondo perdere il lavoro non è una vergogna, per il primo sì: è una macchia indelebile che mina i rapporti familiari e sociali e che spesso sfocia nel suicidio: nel solo mese di gennaio 2.645 persone si sono tolte la vita, in media una ogni 20 minuti.
Cifre comunque leggermente superiori rispetto al solito e derivate solo in parte dalla crisi in atto: con i suoi 33.000 suicidi l’anno di media, il Giappone è da anni tristemente al top delle classifiche mondiali.
Confusione e scandali politici
Alle prese con la burrascosa crisi internazionale, che in Giappone ha colpito principalmente il settore delle esportazioni (nell’ultimo trimestre del 2008 l’economia ha registrato la sua peggiore performance degli ultimi 35 anni, segnando un meno 12,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), non passa giorno senza che il governo annunci nuove manovre, incentivi ai consumi, sostegni alle famiglie, prestiti agevolati.
Tre primi ministri si sono avvicendati in meno di 2 anni, con Taro Aso, attuale capo di governo, che secondo i ben informati sarà costretto a indire nuove elezioni al più tardi a maggio, anche perché il suo tasso di popolarità (almeno secondo l’ultimo sondaggio condotto dall’agenzia di stampa Kyodo) ha toccato il minimo storico dell’11%. Impopolarità registrata a tutti i livelli: a detta della società finanziaria Nomura Securities, Aso sarebbe il fattore più negativo del 2009 per il mercato azionario giapponese.
L’indice congiunturale (la fiducia che le aziende dimostrano nell’economia) stilato dal governo tra i top manager giapponesi, è sceso al livello più basso degli ultimi cinque anni. Le aziende prevedono un calo dei profitti lordi in media del 41,2 % nell’anno fiscale terminato a marzo, e di un ulteriore 10,7 % ad aprile. Conseguenza? Tagli agli investimenti degli stabilimenti e delle attrezzature del 10,3% quest’anno e del 29,4 % nel prossimo. E il primo trimestre del 2009 potrebbe dimostrarsi altrettanto negativo, è l’ultima previsione del Ministro delle Finanze Kaoru Yosano.
In una situazione di questo genere, cala ancora di più la fiducia in una classe politica da poco coinvolta nello scandalo sui finanziamenti illeciti ai partiti, che ha come epicentro la società di costruzioni Nishimatsu e che ha colpito prima il maggior partito di opposizione (con il suo leader che ha usato toni forti nei confronti dei magistrati, dicendo che “hanno superato i loro limiti”) e sta ora intaccando anche quello di maggioranza.
Nel frattempo, continua il dibattito sulla riduzione del numero dei parlamentari e dei loro stipendi, proposta che periodicamente fa capolino tra i diversi schieramenti senza mai trovare sbocco attuativo. Sembrano passati decenni dal governo Koizumi, in carica dal 2001 al 2006, grazie al quale pareva che il Giappone fosse finalmente riuscito a uscire dalla famosa “lost decade”, il periodo di stagnazione economica degli anni ‘90 seguito alla scoppio della “bolla”.
Le crisi, secondo qualcuno, sono opportunità di cambiamento.
Vedremo quanto effettivamente riuscirà a cambiare il Giappone.
P.S.
Etichette:
Il Mondo - settimanale economico/finanziario
mercoledì 25 marzo 2009
QUO VADIS JAPAN
C’È LUCE IN FONDO AL TUNNEL?
Crollo delle esportazioni, previsioni pessimistice, licenziamenti.
Sembra proprio che una nuova “lost decade” sia cominciata.
(da Tokyo, Paolo Soldano - pubblicato sulla Newsletter della Camera di Commercio Italiana in Giappone, marzo 09)
In un Paese dove nell'ultimo trimestre 2008 il prodotto interno lordo ha subito la peggiore contrazione dai tempi della crisi petrolifera del 1974, segnando un -12,1% su base annua (- 3,2% rispetto al trimestre precedente), il futuro appare a tinte fosche.
Dopo il periodo degli anni ‘90 ribattezzato “decade perduta” (“ushinawareta jūnen”o “the lost decade or end of the century”), il Giappone, faticosamente uscito dal decennio di stagnazione, sta subendo pesantemente gli effetti della crisi internazionale.
Che sia l’inizio di una nuova, più profonda “lost decade”?
Difficile dirlo e difficile fare previsioni. Se si guardano i dati, essere ottimisti non è così facile: il valore reale dello yen nei confronti del dollaro e delle altre principali valute ha raggiunto a dicembre il livello più alto dal 1970, i fallimenti aziendali nell’anno passato sono aumentate dell’11% (la cifra più alta degli ultimi otto anni), e il numero di suicidi ha raggiunto quota 2.645 nel solo mese di gennaio (in media uno ogni 20 minuti).
Noburo Hatakeyama, direttore della Japan Economic Foundation, in un articolo dal titolo “Quando la crisi toccherà il fondo?” (comparso sull’ultimo numero della rivista “Japan Spotlight”) scrive che essa non finirà fino a quando i problemi strutturali (che, nel caso degli Stati Uniti, comprendono per esempio le eccessive forme di indebitamento per il consumo privato) non verranno risolti.
Con la domanda di beni e servizi da parte dei Paesi industrializzati in costante calo, un altro modo di uscire dalla crisi potrebbe essere quello (sempre secondo Hatakeyama) di investire in innovazione tecnologica, soprattutto nei settori chiave legati al mondo dell’ecologia e dei servizi agli anziani.
Facendo un passo indietro, sarebbe bene analizzare in primo luogo le peculiarità del “Sistema Giappone”. Oltre ai sempre più evidenti problemi di leadership politica, il Giappone è un Paese che da sempre “prende ordini” (nel senso di ordinativi): poiché il vero malato è il committente, il crollo delle esportazioni terminerà solo quando il paziente si rimetterà in sesto. In secondo luogo, l’apparato industriale giapponese è molto elastico: se nei momenti di crescita l’ottimizzazione dei processi produttivi (uno fra tutti, il just in time made in Toyota) dà i suoi frutti, è anche vero che tale sistema si ripercuote nei momenti di crisi.
Una grande azienda come Toyota, per esempio, chiude immediatamente i “rubinetti” che coinvolgono l’indotto. Negli altri Paesi invece questi processi sono più lenti, perché non così legati alle esportazioni. Un altro elemento “d’innovazione” (a seconda dei punti di vista) introdotto in tempi favorevoli è la flessibilità della manodopera, che ha portato all’abbattimento del famoso mito dell’impiego a vita: una flessibilità che ora fa rima con facilità (nel licenziare).
Come si potrebbero inserire in tutto questo gli imprenditori italiani? Il comparto alimentare, almeno per il momento, sembra tenere (vedi l’articolo sul Foodex a pag. 7). E per chi ha “liquidi” a disposizione rivolgersi oggi al mercato immobiliare offrirebbe opportunità non trascurabili. A parte questo, rimane solo l’ottimismo e la fiducia nei giapponesi. Oppure affidarsi alla previsione di Hatakeyama: “la crisi finirà a ottobre del prossimo anno”.
Sarà proprio così?
------------------------
Noburo Hatakeyama, ex direttore della Jetro, è l’attuale direttore generale della Japan Economic Foundation (JEF) – fondazione costituita nel 1981 per approfondire la mutua conoscenza tra il Giappone e gli altri Paesi attraverso attività volte alla promozione degli scambi economici e tecnologici.
------------------------
(da Tokyo, Paolo Soldano - Newsletter della Camera di Commercio Italiana in Giappone, marzo09)
Crollo delle esportazioni, previsioni pessimistice, licenziamenti.
Sembra proprio che una nuova “lost decade” sia cominciata.
(da Tokyo, Paolo Soldano - pubblicato sulla Newsletter della Camera di Commercio Italiana in Giappone, marzo 09)
In un Paese dove nell'ultimo trimestre 2008 il prodotto interno lordo ha subito la peggiore contrazione dai tempi della crisi petrolifera del 1974, segnando un -12,1% su base annua (- 3,2% rispetto al trimestre precedente), il futuro appare a tinte fosche.
Dopo il periodo degli anni ‘90 ribattezzato “decade perduta” (“ushinawareta jūnen”o “the lost decade or end of the century”), il Giappone, faticosamente uscito dal decennio di stagnazione, sta subendo pesantemente gli effetti della crisi internazionale.
Che sia l’inizio di una nuova, più profonda “lost decade”?
Difficile dirlo e difficile fare previsioni. Se si guardano i dati, essere ottimisti non è così facile: il valore reale dello yen nei confronti del dollaro e delle altre principali valute ha raggiunto a dicembre il livello più alto dal 1970, i fallimenti aziendali nell’anno passato sono aumentate dell’11% (la cifra più alta degli ultimi otto anni), e il numero di suicidi ha raggiunto quota 2.645 nel solo mese di gennaio (in media uno ogni 20 minuti).
Noburo Hatakeyama, direttore della Japan Economic Foundation, in un articolo dal titolo “Quando la crisi toccherà il fondo?” (comparso sull’ultimo numero della rivista “Japan Spotlight”) scrive che essa non finirà fino a quando i problemi strutturali (che, nel caso degli Stati Uniti, comprendono per esempio le eccessive forme di indebitamento per il consumo privato) non verranno risolti.
Con la domanda di beni e servizi da parte dei Paesi industrializzati in costante calo, un altro modo di uscire dalla crisi potrebbe essere quello (sempre secondo Hatakeyama) di investire in innovazione tecnologica, soprattutto nei settori chiave legati al mondo dell’ecologia e dei servizi agli anziani.
Facendo un passo indietro, sarebbe bene analizzare in primo luogo le peculiarità del “Sistema Giappone”. Oltre ai sempre più evidenti problemi di leadership politica, il Giappone è un Paese che da sempre “prende ordini” (nel senso di ordinativi): poiché il vero malato è il committente, il crollo delle esportazioni terminerà solo quando il paziente si rimetterà in sesto. In secondo luogo, l’apparato industriale giapponese è molto elastico: se nei momenti di crescita l’ottimizzazione dei processi produttivi (uno fra tutti, il just in time made in Toyota) dà i suoi frutti, è anche vero che tale sistema si ripercuote nei momenti di crisi.
Una grande azienda come Toyota, per esempio, chiude immediatamente i “rubinetti” che coinvolgono l’indotto. Negli altri Paesi invece questi processi sono più lenti, perché non così legati alle esportazioni. Un altro elemento “d’innovazione” (a seconda dei punti di vista) introdotto in tempi favorevoli è la flessibilità della manodopera, che ha portato all’abbattimento del famoso mito dell’impiego a vita: una flessibilità che ora fa rima con facilità (nel licenziare).
Come si potrebbero inserire in tutto questo gli imprenditori italiani? Il comparto alimentare, almeno per il momento, sembra tenere (vedi l’articolo sul Foodex a pag. 7). E per chi ha “liquidi” a disposizione rivolgersi oggi al mercato immobiliare offrirebbe opportunità non trascurabili. A parte questo, rimane solo l’ottimismo e la fiducia nei giapponesi. Oppure affidarsi alla previsione di Hatakeyama: “la crisi finirà a ottobre del prossimo anno”.
Sarà proprio così?
------------------------
Noburo Hatakeyama, ex direttore della Jetro, è l’attuale direttore generale della Japan Economic Foundation (JEF) – fondazione costituita nel 1981 per approfondire la mutua conoscenza tra il Giappone e gli altri Paesi attraverso attività volte alla promozione degli scambi economici e tecnologici.
------------------------
(da Tokyo, Paolo Soldano - Newsletter della Camera di Commercio Italiana in Giappone, marzo09)
domenica 22 marzo 2009
Kanji, questi sconosciuti
Si sa, il giapponese (come tutte le lingue orientali) è difficile da imparare, e ancora di più da scrivere. Comprensibili dunque gli errori commessi dagli stranieri, affascinanti invece quelli fatti dai giapponesi. Il fascino raddoppia se perfino il capo del governo sbaglia a leggere la sua lingua madre facendo delle gaffe clamorose e sfiorando una crisi internazionale.
È successo a Taro Aso, attuale leader del governo giapponese, ormai famoso, e non solo in patria, per le sue devastanti “uscite”: durante un discorso ufficiale ha definito i rapporti con la Cina “ingombranti”, al posto di “frequenti”. Un lapsus? Certo che no, ha semplicemente sbagliato a leggere, anche perché non era la prima volta. In passato, parlando della politica della maggioranza, ha usato la parola “fetore” invece di “seguire”. È venuto fuori che il governo “puzzava”.
Come sono possibili questi errori? La scrittura giapponese ha due tipi di segni grafici: i kana (katakana e hiragana) e i kanji, gli ideogrammi derivati secoli fa dalla Cina. Avendo molti caratteri letture che variano a seconda del contesto, spesso è facile confondersi.
Non è mancata, da parte di qualche giornale scandalistico giapponese, perfino la pubblicazione della lista “ufficiale” dei kanji che il primo ministro non sarebbe in grado di leggere. Ma c’è poco da ridere: secondo un sondaggio condotto (proprio dal governo) nel 2007, almeno un quinto dei giapponesi di età superiore ai 16 anni si imbatte di frequente in qualche carattere che non sa interpretare, mentre il 30% ha problemi a riprodurli senza averli sott’occhio. E ben la metà degli intervistati confessa di dover ancora “fissare” ben a mente i 1.945 caratteri minimi, fissati dal Ministero dell’Istruzione, necessari alla vita quotidiana. Non a caso in Giappone spopolano libri per imparare a riconoscere (e a scrivere) gli ideogrammi. Uno degli ultimi successi editoriali? “I caratteri che sembrano semplici da leggere ma facili da confondere”: 800.000 copie vendute in pochi mesi.
(da Tokyo - pubblicato su "A" per "Così va il mondo", marzo 2009)
È successo a Taro Aso, attuale leader del governo giapponese, ormai famoso, e non solo in patria, per le sue devastanti “uscite”: durante un discorso ufficiale ha definito i rapporti con la Cina “ingombranti”, al posto di “frequenti”. Un lapsus? Certo che no, ha semplicemente sbagliato a leggere, anche perché non era la prima volta. In passato, parlando della politica della maggioranza, ha usato la parola “fetore” invece di “seguire”. È venuto fuori che il governo “puzzava”.
Come sono possibili questi errori? La scrittura giapponese ha due tipi di segni grafici: i kana (katakana e hiragana) e i kanji, gli ideogrammi derivati secoli fa dalla Cina. Avendo molti caratteri letture che variano a seconda del contesto, spesso è facile confondersi.
Non è mancata, da parte di qualche giornale scandalistico giapponese, perfino la pubblicazione della lista “ufficiale” dei kanji che il primo ministro non sarebbe in grado di leggere. Ma c’è poco da ridere: secondo un sondaggio condotto (proprio dal governo) nel 2007, almeno un quinto dei giapponesi di età superiore ai 16 anni si imbatte di frequente in qualche carattere che non sa interpretare, mentre il 30% ha problemi a riprodurli senza averli sott’occhio. E ben la metà degli intervistati confessa di dover ancora “fissare” ben a mente i 1.945 caratteri minimi, fissati dal Ministero dell’Istruzione, necessari alla vita quotidiana. Non a caso in Giappone spopolano libri per imparare a riconoscere (e a scrivere) gli ideogrammi. Uno degli ultimi successi editoriali? “I caratteri che sembrano semplici da leggere ma facili da confondere”: 800.000 copie vendute in pochi mesi.
(da Tokyo - pubblicato su "A" per "Così va il mondo", marzo 2009)
Giapponesi si nasce
Sono sempre stato affascinato da processioni, balli, culti, preghiere e riti propiziatori, e non c’è dubbio che il meraviglioso mondo delle feste popolari giapponesi rappresenti una realtà tutta da scoprire. E qualche volta impossibile da ignorare, soprattutto quando sono coinvolti 9.000 uomini radunati in una notte d’inverno, semi-nudi, esagitati e per di più bagnati con acqua fredda (per purificarsi). La Saidaiji Eyo (una delle tre più antiche cerimonie del Giappone) è arrivata quest’anno alla sua 500esima edizione, riuscendo a radunare migliaia di persone vestite solo di “fundoshi” (il perizoma giapponese, tanto per intenderci) propense a raggiungere in tutti i modi una sorta di amuleto dai leggendari flussi benefici. E tutto questo perché il “vincitore” possa essere eletto dai monaci del tempio “uomo fortunato dell’anno”. In confronto il “festival del fango” (padri che corrono – sempre mezzi nudi - nelle risaie infangate abbracciando i figli neonati per augurare loro un buon raccolto e una buona salute) ha molto più senso.
(da Tokyo - pubblicato su "A", marzo 2009)
(da Tokyo - pubblicato su "A", marzo 2009)
Iscriviti a:
Post (Atom)