venerdì 12 dicembre 2008

ALGHE SECCHE E PASTA AL SUGO

Se un paio d’anni fa qualcuno mi avesse detto che nel frigorifero di casa avrei tenuto, vicino al parmigiano e alle uova, delle alghe essiccate, l’avrei preso per matto. Ma non c’è niente da fare: la mia dieta, da quando sono in Giappone, è cambiata, e da qualche tempo mi sono addirittura lanciato nella cucina giapponese. Il proposito è semplice: copiare ciò che mangio a ristorante, aiutato da qualche ricetta trovata su internet e dai consigli di qualche amico. La cosa più difficile è scegliere gli ingredienti giusti, tra la miriade di prodotti incomprensibili stipati nei supermercati. Al momento l’unica cosa che sono riuscito a fare senza problemi sono i soba freddi (degli spaghetti sottili grigi dall’aspetto poco invitante ma davvero gustosi). La verità? Quando mi trovo davanti all’unico fornello elettrico di cui la mia cucina è dotata, il più delle volte opto per una carbonara o un piatto di pasta al pesto. La cartilagine o il fegato di pollo, così come il cervello di pesce crudo, è meglio provarli a ristorante.
(da Tokyo, Paolo Soldano - pubblicato su "A" numero 50)

giovedì 4 dicembre 2008

UN'ALBA DI TONNO E CAFFE'

Sabato mattina, ore 5:00. Mi sveglio dopo poche ore di sonno, gli occhi pesti. Macchina fotografica, sciarpa al collo, sono pronto. Sul vagone della metropolitana si confondono i personaggi della notte: ragazzine col trucco sfatto e gonne troppo corte, ubriachi, lavoratori addormentati. Le signore con fazzoletto al collo e gli uomini con stivaletti in gomma, cappellino e cesto in vimini salgono solo a un paio di fermate dalla mia destinazione: Tsukiji, uno dei mercati del pesce più grandi del mondo, ogni giorno più di 2.000 tonnellate di prodotti ittici venduti. Vasche con animali ancora vivi, minuscoli camioncini che sfrecciano (sta a te scansarti in tempo), gamberetti, ostriche, salmone… E poi l’asta del tonno, con decine di compratori che saggiano la qualità dei pesci surgelati e messi a terra senza testa né coda, con cartellini che indicano peso, qualità e provenienza. Nei piccoli ristoranti intorno a Tsukiji pare si possa gustare il sushi più buono del mondo. Alle sei di mattina non mi sembra il caso: opto per un caffè nero forte, torno a casa e mi rimetto a letto.
(da Tokyo, 14 novembre, pubblicato su "A" numero 49)

sabato 22 novembre 2008

VORREI SPOSARE UN MANGA

La notizia non poteva che provenire dal Giappone, terra sempre fertile di curiosità: un uomo, al secolo Taichi Takashita, ha lanciato dal sito “shomei” (“firmare”) una petizione online per legalizzare il matrimonio tra umani e personaggi dei fumetti. La sua idea? Raccogliere un milione di firme da consegnare al governo giapponese, in modo che il convolare a nozze con personaggi dei manga possa diventare realtà. “Non sono più interessato alla tridimensionalità” – ha scritto sul sito – “Vorrei diventare cittadino del mondo bidimensionale”. Ho passato una buona mezz’ora a leggere su internet i commenti dei tantissimi firmatari che hanno aderito all’iniziativa. Si passa dagli aspetti giuridici (“Se più persone si sposano con lo stesso personaggio, diventano una famiglia?”) a quelli tecnici (“Possono le ragazze sposarsi con personaggi femminili o i ragazzi sposarsi con quelli maschili?”). Ma quando ho letto la frase “Penso sia importante permettere alle persone di agire normalmente nel mondo dei manga”, ho pensato che forse era meglio spegnere e tornare alla realtà.
(da Tokyo, 5 novembre, pubblicato su "A" numero 47)

venerdì 14 novembre 2008

HO VISTO COSE CHE VOI UMANI...

Qualche amico dall’Italia comincia a chiedermi: “Ma non ti sei ancora stancato del Giappone?”. Beh, in un Paese in cui esiste l’annuale festival dell’urlo, durante il quale decine di persone possono sfogarsi gridando frasi come “Voglio mangiare riso sano!”; in cui è stato bandito il tradizionale “lancio dei cuscini” da parte del pubblico durante i tornei di sumo; in cui, nei quartieri popolari, ogni giorno alle 5 del pomeriggio suona una campana che segnala ai bambini di tornare a casa; in un Paese in cui, in molti “combini” (i convenience store, piccoli supermercati sparsi ovunque per la città) si trova il servizio di tintoria: inserisci il gettone nell’apposita macchinetta, lasci i tuoi abiti, la tintoria li prende, li lava e li riconsegna il giorno dopo; in un Paese in cui è stato battuto il record dello spiedino di pollo più lungo del mondo (21 metri) ed è stato calcolato che, in caso di un terremoto di 7,3 di magnitudo, a Tokyo ci sarebbero 810.000 persone alla disperata ricerca di un bagno; in un Paese così, come faccio a stancarmi?
(da Tokyo, 29 ottobre, pubblicato su "A" numero 46)

venerdì 7 novembre 2008

MI ARRENDO AL KARAOKE

Qualcuno di voi si sarà forse chiesto perché, dopo quasi un anno e mezzo nella terra del Sol Levante, non ho mai parlato di uno dei pilastri della società giapponese, uno dei momenti imprescindibili della vita nipponica, un simbolo culturale e sociale senza il quale il già alto numero di suicidi probabilmente raddoppierebbe: sto parlando del karaoke, ovviamente. La verità, senza mezzi termini, è che l’ho sempre odiato: perché passare una serata in uno sgabuzzino di 9 metri quadri (perché questo sono i karaoke giapponesi) per sentir vociare conoscenti vari? Ad ogni modo, ho accettato l’invito di un amico. Quando mi ha rivelato che, oltre a un collega di lavoro, ci sarebbero stati niente poco di meno che suo padre, sua madre e sua nonna 85enne e per di piu’ sorda (che per inciso ha cantato vecchie hits giapponesi fino alle 2 del mattino scolandosi un paio di cocktail), non ho resistito. Una serata trionfale. Soprattutto quando, sulle note di Modugno e Mina, ho potuto esprimere tutto il mio estro canterino.
(da Tokyo, 23 ottobre, pubblicato su "A" numero 45)

giovedì 30 ottobre 2008

I GENI FANNO LA NANNA

Mesi fa mi ero ripromesso di indagare sulla serpeggiante narcolessia dei giapponesi: non riuscivo a spiegarmi come molti baldi giovanotti nel fiore dell’adolescenza o pimpanti e graziose signorine (così come adulti di mezza età, ragazzini e anziani) potessero addormentarsi in un batter d’occhio, ovunque si trovassero e in qualsiasi posizione. Prima avevo pensato a libri noiosi, riviste scadenti, stanchezza da super lavoro o stress da metropoli. Finalmente ho trovato la risposta: un gruppo di scienziati (giapponesi) ha identificato una mutazione genetica che potrebbe essere responsabile della narcolessia. Eccessiva sonnolenza diurna, disturbi visivi e debolezza muscolare: se questo disturbo colpisce una persona ogni 2.500 negli Stati Uniti e in Europa, pare che in Giappone il tasso sia almeno 4 volte superiore. Ecco spiegato perché addormentarsi, per i giapponesi, è molto più facile che per chiunque altro. L’equipe di scienziati, identificata la mutazione, sta adesso cercando di arrivare presto ad una cura. Che l’era della sonnolenza diffusa stia per finire? Ci credo poco.
(da Tokyo, 14 ottobre, pubblicato su "A" numero 44)

giovedì 16 ottobre 2008

INCONTENTABILI INCONTINENTI

Musica anni ’80, modelli che si susseguono in passerella, flash dei fotografi, pubblico in visibilio. State pensando a una banale sfilata di moda, con ventenni anoressiche e sguardo imperscrutabile? Niente di più sbagliato: la “collezione” mostrata qualche giorno fa a Tokyo era di pannolini per adulti.
Incredibile ma vero.
Sono d’accordo: mostrare l’utilizzo di “strumenti appropriati” a una popolazione che secondo alcune stime arriverà ad avere un milione di centenari nel 2050, e di cui già oggi più del 20% è over 65, è cosa utile e giusta. Ma era proprio necessario vestire i “modelli” con tutine aderenti nere, e approntare sketch (tipo quello in cui un anziano signore scuote la testa costernato dopo che la moglie scopre che ha bagnato di nuovo il letto) stile film muto di primo Novecento? Ad ogni modo c’è poco da ridere, il business è dietro l’angolo: le vendite di pannolini per adulti sono più che raddoppiate negli ultimi dieci anni, per un giro di affari di circa 500 milioni di dollari quest’anno. Mercato bagnato mercato fortunato.
(Tokyo, 26 settembre, pubblicato su "A" numero 42)

sabato 4 ottobre 2008

AAA CINQUANTENNE CERCASI

Sei un uomo che ha appena superato i 45 anni, sembri sempre un po’ stanco e declini gli inviti ai party perché non sopporti la confusione? Sei a tuo agio con te stesso e non te ne frega più di tanto di quello che le altre persone pensano? Perfetto, è venuto il tuo momento in Giappone. Pare infatti che sul “mercato degli appuntamenti” nelle aree urbane stia spopolando la figura del “kareta oyaji” (“l’uomo appassito di mezza età”): la maggior parte delle donne non cerca più il “giovane, carino e ricco” (anche perché non è facile trovare queste tre caratteristiche nello stesso uomo) ma “l’uomo di mezza età senza energia”. Inutile dire che questa nuova tendenza ha scaldato il cuore e alzato il morale di migliaia di baldi giapponesi cinquantenni, che finalmente si vedono riconosciute e apprezzate le loro naturali qualità. Ma consiglio di fare in fretta, perché gli scettici giurano che la febbre  è temporanea. D’altronde, siamo passati in pochi anni attraverso la moda dello “straniero”, seguita da quella dello “sfigato”, per arrivare alla predilizione verso gli uomini “taglia forte”.
(Tokyo, 19 settembre 2008, "A" numero 40)

giovedì 25 settembre 2008

SPECIALE PER "VENTENNI"

Quando facevo l’insegnante d’ italiano era la classica domanda che ogni giorno gli studenti mi rivolgevano: “Perché il Giappone?”. E io recitavo a comando: “Mi piace viaggiare, fare nuove esperienze, conoscere nuove culture”. Dopo più di un anno nella terra del Sol Levante, prima a Osaka, ora a Tokyo, sono io a farmi la stessa domanda, praticamente ogni giorno, ma la risposta è ben diversa. La verità è che in Italia mi sentivo in una sorta di prigione: non vedevo il mio futuro ed ero oppresso dal passato; non cercavo più risposte e, soprattutto, non mi facevo più domande. Nonostante tutte le barriere culturali e le difficoltà avute (come trovare un posto di lavoro, un appartamento e un garante, il tutto senza praticamente parlare giapponese) il Giappone ormai è la mia seconda patria: ho scoperto quella parte di me stesso che ancora mi mancava, e con la quale riesco a dialogare meglio.

Tokyo, come tutte le megalopoli, non rappresenta il Paese. È una sorta di conglomerato di più città, l’una a fianco all’altra, una sopra l’altra. Grattacieli, confusione, ansia dell’ultimo treno, bar, locali di ogni sorta, decine di milioni di persone che quotidianamente si sfiorano e una immensa solitudine che angoscia. Ma se si tolgono le classiche zone “da turista”, che hanno contribuito a costruire lo stereotipo “Tokyo e i giapponesi”, come Roppongi o Shibuya, questa città è fatta anche di umanità che vive con meno di 1.000 euro al mese, di dignitosi senza tetto che non chiedono l’elemosina, di gente come me che vive in una palazzina di due piani in una zona popolare, paga un affitto di 420 euro e può permettersi di vivere da solo. Il mito del Giappone “caro e impossibile” è storia vecchia, che risale all’epoca della “bolla economica” degli anni ’80. Senza troppe pretese, qui si può mangiare con meno di 5 euro, andarsene in giro in bici e passare un’allegra serata sbevazzando tutta la notte e prendendo la prima metro del mattino senza lasciarci il portafoglio. Certo, avere una macchina e affittare un posto auto è tutt’altro discorso.

In Giappone si può fare la spesa alle 4 del mattino, appoggiare senza problemi la borsa in un fast food e stare certo che i treni arrivano puntuali (si vocifera che il ritardo accumulato negli ultimi anni sia in media di 30 secondi).

Quando si ha la sensazione che nel posto dove vivi ogni giorno tutto può accadere, che ogni cosa è possibile perché basta volerla, è difficile staccarsene.
Non sono più in transito qui.
Ci vivo.
(Tokyo, 15 settembre 2008, "A" numero 39)

domenica 21 settembre 2008

PICCOLI MOSTRI CRESCONO

“Al colloquio di ammissione prima dell’esame, al quale dovrà presentarsi con suo marito e almeno due nonni, le consiglio di mettersi le lenti a contatto e non sembrare troppo abbronzata”. A dirlo è stato il direttore di un istituto scolastico alla sorella di un’amica, che ha fatto domanda per iscrivere sua figlia a scuola. Se già di per sé la cosa sembra assurda, immaginatevi quando ho scoperto che la bambina in questione ha solo tre anni, e la scuola che deve cominciare è l’asilo. Già, perché in Giappone, nonostante tutto, programmare la vita scolastica dei figli fin da quando sono nella pancia della mamma è ancora lo sport nazionale. In questo caso la bambina, che ha giocato tutta estate nella piscinetta di casa (ovviamente vestita, con un chilo di crema antisolare sul viso, e seguita con ombrellino parasole dalla nonna materna), sarà sottoposta a un colloquio attitudinale e a un esame (colori, forme, prove di intelligenza) che prevede anche l’obbedienza assoluta verso il maestro, con inchini a comando e compostezza assoluta nello stare seduta.
Piccoli mostri crescono.
(Tokyo, 4 settembre, "A" numero 38)

domenica 14 settembre 2008

COM'E' BELLO IL MAR DI TERRA

Continuo a chiedermi come riuscire a condensare in una pagina di diario 54 ore di nave, da Tokyo a Naha (capoluogo di Okinawa), con quella incredibile sensazione di appartenere all’oceano, di non vedere la terra, di accorgersi che la luce al tramonto cambia ogni minuto e che il colore del sole è pura poesia. Viaggiare per tre notti senza mai scendere, pensando, leggendo, fotografando e scrivendo tutto quello che mi passa per la mente, con il cellulare che finalmente non prende e l’impressione che il tempo si sia fermato e stia galleggiando al mio fianco. Tra i (pochi) giapponesi a bordo, ovviamente non potevo che incontrare un italiano, in viaggio da quasi due mesi per Taiwan attraversando tutto il Giappone, zaino in spalla e tanta voglia di parlare. Finalmente ho trovato esattamente “lì dove il mare luccica” e ho scoperto cosa significa avere il “mar di terra”: per i tre giorni successivi allo sbarco ho ondeggiato come una boa seguendo ancora il ritmo della nave. Un’esperienza semplicemente meravigliosa.
(Tokyo, 27 agosto, "A" numero 37)

mercoledì 10 settembre 2008

YURIKO, CHI E' LA PRIMA DONNA CANDIDATA PREMIER

(pubblicato su www.ilsole24ore.com il 9 settembre 2008)
Cinquantasei anni, single e senza figli, ex presentatrice televisiva, ex interprete di arabo, Yuriko Koike potrebbe diventare la prima donna premier della storia del Giappone.
"Madame Sushi" - come lei stessa si è definita l'anno scorso durante una visita ufficiale negli Stati Uniti quando era ministro della Difesa ("In patria mi chiamano la "Condoleezza Rice giapponese", dichiarò alla stampa americana – "Entrambe lavoriamo per la sicurezza nazionale, ed entrambe portiamo la gonna". Giocando sul "rice" come ingrediente chiave per il sushi, affermò poi: "Chiamatemi Madam Sushi") - ha dichiarato che la parola chiave della sua politica sarà "riforme".
"Punto a cambiare questo mondo, il sistema della società giapponese" – ha detto durante la conferenza stampa di lunedì, nella quale ha annunciato di candidarsi a leader dell'LDP (Liberal Democratic Party) – "d'altra parte, vorrei conservare le tradizioni, i legami familiari e la solidarietà di una comunità che dovrebbe essere preservata".
È partita forte, la Koike, anche perché il tempo è poco: dopo le improvvise dimissioni dell'ex Primo Ministro Yasuo Fukuda della settimana scorsa, l'LDP si ritrova senza leader e con le elezioni alle porte. È quasi certo infatti che uno dei primi compiti che spetterà al successore di Fukuda sarà quello di sciogliere la Camera Bassa e andare così a nuove elezioni, che secondo le fonti più attendibili si terranno il 2 o il 9 novembre.
Laureata in Sociologia all'Università de Il Cairo nel 1976, la Koike aveva già studiato arabo per un anno alla American University, sempre nella capitale egiziana. Elegante, telegenica, sicura di sé, già Ministro dell'Ambiente sotto il governo Koizumi e Ministro della Difesa (prima donna a ricoprire questa carica) sotto Abe, potrebbe essere il nuovo volto del partito conservatore, e sfidare così Ichiro Ozawa, del Partito Democratico (DPJ), ora all'opposizione. Ma il primo scoglio da superare è quello di vincere il confronto, da qui al 22 settembre (data in cui si sceglierà il nuovo leader) con gli altri candidati dell'LDP, primo fra tutti l'attuale Segretario Generale del partito Taro Aso, il favorito tra i contendenti. Essere una donna non gioca certo a suo favore, non tanto a livello di opinione pubblica, quanto all'interno di un gruppo politico, conservatore e dominato da uomini, come quello Liberal Democratico.
"Il potere femminile è qualcosa che anche il Giappone può avere", ha annunciato la Koike, che ha cominciato la sua carriera politica nel 1992 - "Vorrei mettere in pratica politiche dal punto di vista delle donne, in modo che il potere femminile possa essere usato meglio e che le donne possano essere parte della società, così come sentirsi libere dall'ansia di fare e crescere bambini ".
Dopo aver cominciato come interprete e traduttrice di arabo, ricoprendo anche la carica di segretario generale dell'Associazione araba-giapponese, ha poi proseguito sulla strada del giornalismo televisivo come presentatrice di programmi specializzati in business e attualità, passando poi al mondo della politica. Proprio durante il suo mandato da ministro dell'Ambiente, ha lanciato nel 2005 la famosa campagna "Coolbiz" (niente giacca e cravatta durante i mesi estivi e aria condizionata a 28° nei luoghi pubblici, il tutto per risparmiare sui consumi e inquinare meno), che ha avuto un grande successo in Giappone.
Ha pubblicato anche diversi libri, dai primi dal titolo "L'arabo in tre giorni" e "Scalare una piramide in kimono", agli ultimi, più incentrati sulla politica vista (e fatta) da una donna.
Insomma, una figura variegata e ben sostenuta da diversi esponenti politici (primo fra tutti Koizumi) che potrebbe diventare il nuovo volto del Giappone. Anche se sono in pochi a crederlo veramente.
E rimane poi un dubbio: che la candidatura della Koike arrivi proprio ora per sfruttare la scia della "donna leader in politica" lanciata dalla Clinton prima e dalla Palin poi?
da Tokyo, Paolo Soldano

lunedì 8 settembre 2008

PROMESSE ITALIANE SULLE PASSERELLE DI TOKYO

(servizio con foto pubblicato su Luxury24, de IlSole24Ore, il 6 settembre 2008.


Sei giovani promesse della moda sono partite dall'Italia e atterrate alla Japan Fashion Week.
Selezionate tra 120 candidate nell'ambito dell' "Incubatore della Moda", progetto nato con lo scopo di supportare le start-up di giovani imprese della moda, le sei giovani griffe che hanno presentato le collezioni primavera/estate 2009 hanno mostrato in anteprima assoluta le loro creazioni.

Ha aperto a.VE, ante vesperum edicta ("realizzati prima del tramonto") di Elena Pignata e Valentina Vizio, che presentano una collezione fatta di contrapposizione tra linee, forme e tessuti, materiali lucidi abbinati ad opachi, nello stesso tempo fluidi e costruiti. I colori predominanti sono spenti e scuri, con una predilizione per il nero e il grigio e un'unica accezione per l'estate: il lilla polveroso.

Per Gilda Giambra, di Gilda Giambra, alla sua seconda collezione, il mood è quello dell'ironia legata all'eleganza, con una forte ispirazione al circo: c'è un che di clownesco, con toni maschili e femminili che si uniscono in un'atmosfera da film muto anni '20.

Per BeeQueen, di Chicca Lualdi, l'interpretazione della femminilità è intesa come delicatezza dei toni e della materia: beige illuminati da filamenti metallici, bianchi impalpabili, lilla e azzurri in tonalità sofisticate. Semplice ma estremamente sofisticata, la "donna speciale" diBeeQueen è di un eleganza moderna dal gusto cosmopolita, senza ostentazioni né sfarzi, che segue uno stile fatto di delicatezza e pacatezza. Capi semplici, curati nelle linee e versatili, secondo il concetto del "price for value": alta qualità a prezzi accessibili.

San Andrès Milano, dello stilista messicano classe 1981 Andrès Caballero, propone invece una collezione fatta di creatività e funzionalità con un impronta retrò, dove si fondono mascolinità e femminilità, lusso della semplicità ed evoluzione delle forme classiche. La donna di San Andrès è forte ed elegante, apprezza il design e indossa qualità fatta di capi lavorati con tessuti di alta gamma e rifiniture sartoriali fatte a mano, che caratterizzano il marchio fin dal suo esordio.

Motivi farfallini per Leitmotiv, di Fabio Sasso e Juan Caro, secondo il concept "Life with butterfly": la farfalla al limite tra il naturale e l'artificiale, dal movimento pesante, meccanico, è il tema della nuova collezione, costituita da contrapposizioni, così come la gamma cromatica. Colori caldi si alternano a freddi, colori iridescenti si sostituiscono a colori opachi, per una donna in passaggio da un iper passato ad un iper futuro.

Ha chiuso Federico Sangalli Milano, di Federico Sangalli, che presenta la sua nuova collezione seguendo il concetto di "couture a porter". Capi realizzati con materiali preziosi, dai tagli geometrici, con giochi di luci e trasparenze. Il concept è quello della tecnicità nella ricerca della perferzione, facendo convivere lusso, classicità e portabilità. L'accostamento di materiali diversi, per struttura e peso, trova la sua fonte di ispirazione nel coreografo americano William Forsythe: organze in abiti da sera o per cappottini, nappe plissettate e drappeggiate come tessuti, materiali rigidi per arredamento in abiti da sera.

giovedì 4 settembre 2008

NON FERMATE LA SCALA MOBILE

Ecco a voi la top ten dei migliori titoli di giornali giapponesi degli ultimi mesi.
Al decimo posto, il clima: “La stagione delle piogge finisce in Kyushu prima del normale”. Al nono, i furti: “Centinaia di pesche della buona fortuna rubate vicino Tokyo”, seguito a ruota da “Arrestato per rapina un uomo con una spada da samurai”e “Donna fugge da un rapinatore grazie a un tè e a una chiacchierata”. Al sesto posto, i cambiamenti demografici: “Un bambino su 30 nato nel 2006 ha un genitore non giapponese”. Al quinto, la cronaca nera, con un risvolto inquietante: “Studentessa accusata di aver ucciso il padre e di aver finto di essere il fratello”. Al quarto posto, le liberalizzazioni: “Cancellato il divieto di andare in bicicletta portando due bambini”. Sul podio, al terzo posto, società e costumi: “Insegnante arrestato per aver sbirciato sotto la gonna di una studentessa”; secondo classificato, l’emergenza cibo: “Morti 30.000 polli nell’incendio di Kagoshima”. E al primo posto, senza la benché minima ombra di dubbio, una notizia di fondamentale importanza, che ha giustamente trovato spazio sulle prime pagine di molti giornali giapponesi: “Venti feriti dall’improvviso stop di una scala mobile”.
(Tokyo, 4 agosto 2008)

martedì 2 settembre 2008

CLICK, TI SCATTO UNA "PURICULA"

Il meraviglioso mondo del kitsch giapponese non conosce confini, soprattutto da quando internet è diventato un mezzo di comunicazione di massa. Tra le tante novità che sbarcano sul mercato per scomparire dopo poco tempo, esiste un business che sembra essere intramontabile: quello delle “puricula”. Sarebbe riduttivo dire che si tratta di fotografie formato tessera modificabili. Le “puricula”sono un mondo tutto da scoprire, che comincia dal momento in cui entri in uno dei tanti negozi dotati di decine di macchinette del genere. Prima puoi truccarti, metterti una parrucca o accessori vari, poi fai la foto insieme ai tuoi amici, infine scegli lo sfondo, i colori, tutto quello che vuoi: dalle cornici alle stelline, dai cuoricini ai fiorellini, ce n’è per tutti i gusti. Una volta pronta la composizione, le “fotine” vengono stampate immediatamente. Per coronare una serata passata con amiche la tappa “puricula” è indiscussa. Troppo pigri per uscire di casa? Nessun problema, il sito www.puricute.com fa al caso vostro.
(Tokyo, 9 agosto 2008)

giovedì 28 agosto 2008

FISCHIA PIANO PER FAVORE

In un Paese dove si viene arrestati per aver lanciato, senza conseguenze, una bottiglietta d’acqua verso i tifosi avversari (come è successo qualche tempo fa a un supporter di una squadra di calcio giapponese), si può ben immaginare perché l’espressione “tifo” abbia tutt’altro significato rispetto all’Italia. Il calcio tra l’altro non è così popolare qui: basti pensare che il primo campionato risale al 1992. Il vero sport nazionale è il baseball, e le numerose partite che si susseguono durante l’anno sono seguitissime da ogni genere di persona. Ho un’amica che va almeno una volta al mese allo stadio, e mi ha fatto vedere i suoi “gadget da tifosa”, come li chiama lei, a cominciare dall’asciugamanino per detergersi il viso quando fa caldo, ovviamente dei colori della sua squadra del cuore. E poi tutta una serie di paccottiglia in plastica dura e di qualsiasi forma, usata per fare un rumore che noi definiremmo semplicemente “soffuso”. È rimasta un po’ basita quando le ho fatto notare che in Italia tifare fa rima con gridare o cantare, ma ha apprezzato tantissimo quando le ho insegnato a fischiare con le due dita in bocca.
(Tokyo, 25 luglio 2008)

domenica 24 agosto 2008

COSA NON SI FA PER UN TATAMI

Vademecum per affittare un appartamento in Giappone: 1. I proprietari di casa, oltre a due mensilità di deposito, ne chiedono altre due di “regalo” (a fondo perso); 2. La maggior parte non accetta stranieri; 3. Hai bisogno di un garante (sempre e solo giapponese, che guadagni almeno 3 volte il tuo affitto); 4. Preparati ad un’odissea burocratica, che passa tra decine di moduli da compilare, documenti da presentare, incontri da sostenere; 5. Momento chiave: il colloquio con il padrone di casa, che giudica come sei vestito, che scarpe hai, se ti sei fatto la barba e se la tua faccia esprime affidabilità; 6. Quando tutti ma proprio tutti i documenti, tuoi e del tuo garante, sono stati raccolti e arriva l’ok del proprietario, scatta la procedura della lettura del contratto (nel mio caso, 4 pagine di premesse, 17 di contratto vero e proprio, più 4 di assicurazioni); 7. La firma avverrà in un momento successivo; 8. Non stupirti se una clausula recita “se vai via per più di 15 giorni, devi comunicarlo al proprietario”: fa parte della normale procedura nipponica. 8. Se hai una bici, ricordati il colore e il numero di targa: dovrai trascrivere il tutto sul contratto, nell’apposita sezione “parcheggio bicicletta”.
(Tokyo, 17 luglio - n.33 di "A")

venerdì 1 agosto 2008

FALLO A CASA

Da più di un mese ha aperto la nuova linea “F” della metropolitana di Tokyo, che si aggiunge alle 12 già esistenti, e che allarga il territorio dei cosiddetti “animali da metropolitana”, da me arbitrariamente divisi in tre categorie: “cellulare dipendenti” (i più numerosi, che giocano/messaggiano/si specchiano/ guardano la tv, tutto con il telefonino); “ipoddiani” (con l’mp3 grande come una pila ma con enormi cuffie colorate da dj); “addormentati” (in piedi o seduti non fa nessuna differenza: loro dormono). Ci sono poi svariate sottocategorie, tra cui le “truccatrici”, i “lettori” e i “turisti”. Ma questo piccolo e variopinto ecosistema rischia di scomparire: continua senza sosta la campagna “Fallo a casa” (questo lo slogan). Campeggiano in ogni angolo della metropolitana manifesti che ritraggono giovani che ascoltano musica o che si siedono in maniera scomposta o ragazzine che si truccano e che parlano al telefono: al loro fianco la classica signora giapponese con lo sguardo schifato. Ti sei dimenticata di mettere il mascara? Vuoi fare su e giù con la testa ascoltando la tua canzone preferita? Vuoi rispondere alla mamma per sapere se il gatto sta ancora male? “Please do it at home”.
(Tokyo, 7 luglio 2008)

venerdì 18 luglio 2008

NON APRITE QUELL'ARMADIO

Gli spazi a Tokyo sono quelli che sono: d’altronde non si può pretendere che più di 12 milioni di persone possano tutte trovare bi o trilocali disponibili. Prendete me, ad esempio: mi sono accontentato dei miei 14 m² (bagno compreso) e non mi lamento. Ci sono però delle situazioni limite degne di una sceneggiatura cinematografica, prima fra tutte l’arresto di una clochard di 58 anni. L’accusa? Appropriazione indebita di armadio. La donna avrebbe infatti vissuto per diversi mesi all’interno di un armadio di un uomo, uscendone unicamente quando l’ospite andava al lavoro. Solo dopo diverso tempo, insospettito da qualche mancanza di cibo nel frigorifero, l’uomo ha pensato bene di installare una piccola videocamera a circuito chiuso per “stanare” l’intruso. Ricevuta l’immagine di un ombra che si aggirava per casa direttamente sul suo telefonino, ha subito chiamato la polizia. La povera homeless è stata scoperta all’interno dell’armadio, dove aveva sistemato perfino un piccolo materasso. E meno male che io l’armadio non ce l’ho nemmeno.
(Tokyo, 27 giugno 2008)

martedì 15 luglio 2008

A QUALCUNO PIACE CARO

da Osaka, Paolo Soldano

(pubblicato su "Left" numero 47 il 23 novembre 2007)

Sono fermi agli angoli delle principali strade di Osaka, soprattutto nelle zone di Umeda e Shinsaibashi. Sembrano ragazzi come tanti altri, se non fosse per quel loro essere sempre in gruppi di due, massimo tre, vestire in maniera assolutamente perfetta - completo nero o bianco, scarpe a punta, lunghi capelli impomatati e falsamente ribelli - lo sguardo in perenne ricerca di ragazze alle quali proporsi: sono gli “intrattenitori” per sole donne, gli “host” (“hosto” per i giapponesi), moderne “geishe” al maschile.
Grazie a loro molte si sentono circondate, amate, volute, capite, desiderate.
E soprattutto, rispettate.
Per chi frequenta questi posti l’uomo è essenzialmente un prodotto, una merce: si sceglie da un menù in base a delle foto, esattamente come in un ristorante o in un bar, a seconda della bellezza, della descrizione, del prezzo.
E il gioco può cominciare.
Ci sono circa 100 host club nella sola Osaka, di cui solo una decina molto popolari. L’Easy è uno di questi.
Mio Asahina, 24 anni, capelli biondicci e sigaretta perennemente accesa, ne è il vicedirettore. Vanta 50 ragazzi sotto di sé, tutti tra i 18 e i 35 anni, che ruotano dalle 9 di sera alle 11 di mattina, l’ora di chiusura.

Da quanto tempo lavori all‘Easy?
Da tre anni. Prima il titolare di questo club [che ci vieta di fare foto per non imbarazzare le clienti] lavorava in un bar di Tokyo, dove l’ho conosciuto. Poi lui ha deciso di aprire un locale tutto suo a Osaka e io l’ho seguito.
Ti sei mai chiesto perché le donne vengono qui?
Penso che sia soprattutto per una questione di solitudine: vivere in una grande città e non avere con chi parlare fa il resto. In Giappone si dice “le persone sostengono le persone”.
Quando non le hai, però, non ti resta che pagare per averle, e anche tanto.
Una bottiglia di champagne costa mediamente tra i 250 e i 600 euro, ma le più care possono arrivare anche a 5.000. Negli ultimi tempi i prezzi stanno scendendo, sia a causa della concorrenza, sia per invogliare quante più donne possibili ad andare negli host club.
Chi riesce a spendere un intero stipendio medio in una sola serata, comunque, non manca mai.
Quanti anni hanno le donne che frequentano il club?
Ci sono donne dai 18 anni in su. Fino a quelle che potremmo chiamare “nonne”.
E che lavoro fanno per potersi permettere tutto questo?
Non ne sono molto sicuro, perché non chiedo mai del loro lavoro. Comunque ci sono casalinghe, impiegate. Penso che ci siano molte ragazze che fanno il nostro stesso mestiere.

La realtà, che Mio si guarda bene dal dire, è che quelle che spendono di più non sono solo hostess, ma soprattutto prostitute che cercano di “rilassarsi” in compagnia di uomini che le facciano divertire e che non chiedano loro del sesso. Il giro della prostituzione, dei “massaggi” e dei club per soli uomini alimenta un enorme business, una parte del quale finisce nelle tasche di giovani, come Mio, che non sanno neanche che farsene di tutti quei soldi.

Quanto guadagni in media in un anno?
Trenta milioni di yen [circa 180.000 euro]
Il tuo record mensile?
8 milioni di yen [48.000 euro]
Hai mai ricevuto dei regali dalle donne che frequentano questo locale?
No, niente regali dalle donne. L’agenzia non lo permette.

Ma altre sì: alcuni host hanno ricevuto gioielli, macchine, perfino appartamenti.
Cosa fai con il tuo stipendio?
Spendo tutto quello che guadagno, non ho messo da parte niente. Do qualche milione ai miei genitori, dopodichè faccio regali e compro le cose che mi piacciono. Non sono un tipo che risparmia.
Per quanto tempo continuerai a fare questo lavoro?
Non ho ancora deciso, e non voglio fissare una data. Finché le donne mi cercano e desiderano la mia compagnia continuerò a lavorare. Quando non mi vorranno più comincerò a pensare che è venuto il momento di smettere. Dopodichè voglio dedicarmi ad altro, aprire un locale ma diverso da questo.

Il talento dell’host sta nel capire i bisogni delle donne: deve soddisfare i loro bisogni, i loro desideri. La qualità essenziale è essere dei buoni parlatori e l’aspetto fisico non è così importante come si potrebbe credere. La cosa fondamentale è capire chi si ha di fronte, e circondarla di attenzioni.
“Divertirsi facendo soldi” è uno dei motti degli host, e non stupisce che ogni anno siano centinaia i pretendenti nella sola Osaka.
Ma i facili guadagni, le donne e l’alcol, sono solo alcune delle motivazioni che spingono i giovani a voler essere intrattenitori.

Come hai iniziato a lavorare come “Hosto”?
Prima facevo il facchino per un’azienda giapponese e avevo una ragazza che amavo molto. Quando lei mi ha lasciato ero distrutto, e volevo farle vedere chi ero. Ho iniziato così, ed ora eccomi qui.
Cosa fai al lavoro?
Sono un tipo che parla molto, anche perché penso che il mio lavoro consista soprattutto in questo. Se vedo che invece è la cliente a voler parlare mi trasformo in un buon ascoltatore. Cerco sempre di soddisfare al massimo le donne che vengono qui: devono provare un gusto particolare ed essere felici di stare con me.
Bere tutte le sere ti crea problemi di salute?
Bere fa parte del nostro lavoro, esattamente quanto il parlare. Dobbiamo bere molto anche per incentivare le donne a farlo. Poi è normale vomitare e ricominciare a bere. Qualche volta ci ubriachiamo.
Molti ragazzi si trasformano in confidenti, che appoggiano i progetti e le aspettative delle clienti. In questo modo si crea una vera e propria dipendenza, ben più profonda rispetto al semplice “passare una serata in compagnia”. Gli host possono essere molto diretti, e oltre a coprirle di complimenti, dicono alle ragazze come dovrebbero comportarsi o cosa dovrebbero fare. Danno loro dei consigli e dei suggerimenti pratici per affrontare la vita quotidiana.
La realtà si mischia così con la fantasia e il sogno, e molte prendono decisioni importanti, o lasciano il fidanzato, solo perché è l’host che gliel’ha consigliato.
Ci sono perfino dei posti speciali, all’interno dei club, dove si spende anche 50 euro per passare una sola ora in compagnia, senza essere visti dagli altri. E non è una questione di sesso, nella maggior parte dei casi, perché il sesso è vietato all’interno dei locali.
Ti sei mai innamorato di una delle clienti?
Si, qualche volta succede. Capita magari che sia molto carina, ti piaccia molto e quindi ti innamori.
Cosa fate in questi casi?
Quello che fanno di solito tutte le coppie: usciamo insieme, andiamo in giro, al cinema, a cena. Tutto quello che fanno le coppie normali.
E non sono gelose?
Dal momento che faccio il mestiere dell’intrattenitore le ragazze devono capire che si tratta di lavoro, dunque dico loro di non essere gelose. Altrimenti è davvero difficile.
Tu sei geloso?
Sì, lo sono.
Hai una fidanzata al momento?
No, ora no.
L’host è un regalo, un regalo che parla, che sta zitto quando deve, che ascolta, che beve, che balla, che canta, che fa tutto quello che vuoi: basta pagare il suo tempo, il suo corpo, la sua voce. Questo la maggior parte delle ragazze lo sa, ma è un gioco da cui è difficile staccarsi. Novelli Peter Pan, gli host portano le clienti in un mondo che non esiste, un mondo che fluttua a mezz’aria e non è da nessuna parte, una bolla di sapone alimentata a yen. È un mondo di illusioni, dove la merce principale è il sogno. La bugia, la regola.
Se fossero onesti, d’altronde, quasi certamente molte donne li odierebbero.


giovedì 10 luglio 2008

38 CENTIMETRI DI FIDANZATA

La patria della robotica e della tecnologia ha sfornato un altro gioiellino di meccanica avanzata: EMA (Eternal Maiden Actualization) conosciuto anche come “il robot fidanzata”. Una volta impostato sulla “modalità amore”, EMA riconosce il viso della persona che gli si accosta e bacia a comando. Alto 38 centimetri, il nuovo robot uscirà a settembre e costerà la modica cifra di 175 dollari. Secondo le previsioni, in Giappone verranno venduti 10.000 pezzi solo nel primo anno. Non ho ancora capito come un affarino così piccolo possa riuscire a baciare, ma l’effetto “fidanzatina” è assicurato anche grazie alle altre funzioni: cantare e distribuire biglietti da visita, come ogni fidanzata che si rispetti dovrebbe essere in grado di fare. Il target? Ovviamente uomini soli adulti, che potranno finalmente avere una ragazza portatile da sfoggiare in ogni occasione.
Un personale quanto spassionato consiglio agli omaccioni giapponesi che acquisteranno il prodotto: evitate di portare EMA in Italia. Il nome dell’azienda produttrice - Sega Toys - potrebbe suscitare una certa ilarità.
(Tokyo, 19 giugno 2008)

venerdì 4 luglio 2008

GOKIBURI

Secondo un recente studio del fantomatico Istituto Nazionale della Popolazione e della Ricerca della Sicurezza Sociale (?), sembrerebbe che nel 2006, per la prima volta, le unità familiari composte da un solo individuo siano diventate le sistemazioni più comuni in Giappone, e superino di gran lunga quelle formate da coppie con bambini. Ma in realtà non si è mai veramente soli nelle case giapponesi: esseri geneticamente modificati chiamati gokiburi (letteralmente “blatta, scarafaggio”) fanno compagnia a molti qui. Entrano dalle finestre anche se sono chiuse, scorrazzano indisturbati nelle abitazioni, allietano la visione di tutti (me compreso) con i loro 6/7 centimetri di lunghezza, le loro antenne filiformi e quel colore tra il marroncino e il nero tanto unico quanto disgustoso. Ho provato con spray, trappole, disinfestanti, fino a quella che qui viene chiamata la “bomba”. Ho anche tappato con lo scotch qualsiasi insenatura, spiraglio, buchicino, ma non c’è niente da fare: in media uno al giorno riesce sempre a farmi compagnia. Non mi do per vinto comunque, prima o poi riuscirò a rimanere veramente solo in casa.
(Tokyo, 15 giugno 2008)

mercoledì 2 luglio 2008

WRITER SI DIVENTA

da Tokyo, Paolo Soldano
(pubblicato su "Il Messaggero" il primo luglio 2008)
-versione originale-
Immaginate una coppia giapponese appena sposata , in una delle città più belle del mondo: l’immancabile macchina fotografica, l’indispensabile guida turistica, la felicità di essere a Firenze. Tutto il necessario per una meravigliosa vacanza in Italia. Ma come rendere indimenticabile quei momenti? Immaginate adesso un Paese, come il Giappone, che ha l’onestà e la correttezza tra i pilastri della propria società. Beh, ci sono tutti gli ingredienti per la storia del malcapitato allenatore giapponese di una squadra liceale di baseball, che è stato dimesso dalla sua carica di coach e adesso rischia il posto anche come docente, per aver imbrattato una delle colonne del duomo di Firenze, scrivendo con un pennarello acquistato sul posto il proprio nome, e quello della propria signora, contornando il tutto da un cuore. Il caso, avvenuto a gennaio 2006, è scoppiato due giorni fa, quando è stata pubblicata, sul sito non ufficiale dei tifosi della squadra allenata dal trentenne, una fotografia ritraente le gesta di quello che è diventato il più famoso imbrattatore giapponese. Non è ancora chiaro chi abbia messo la foto in rete, né chi lo abbia denunciato. Sta di fatto che la cosa qui in Giappone ha assunto dimensioni quanto meno sprositate: tutti i media hanno parlato dell’ignobile gesto del connazionale, condannandolo fermamente, e il preside del comprensorio liceale e universitario “Tokiwa”, nella provincia di Ibararaki - vicino a Tokyo – dove prestava servizio l’uomo, non solo lo ha licenziato dalla sua carica di allenatore, ma starebbe addirittura valutando di dimetterlo come professore, secondo quanto ha lui stesso dichiarato ieri durante una conferenza stampa. Il preside ha poi contattato l’Ambasciata italiana a Tokyo per scusarsi e cercare di “rinsaldare” i rapporti tra due Paesi. Nonostante uno dei più importanti quotidiani giapponesi, l’Asahi Shinbun, non sia riuscito a intervistare l’accusato, sono comunque trapelate alcune sue dichiarazioni: “Vicino al Duomo c’era un venditore ambulante che vendeva pennarelli” –ha detto l’ormai ex-allenatore – “è stato lui a dirmi che io e mia moglie saremmo stati felici scrivendo qualcosa”. Non si sa se ciò sia vero, e quanto ci si possa affidare all’ingenuità giapponese. Quello che è certo è che l’innamorato mai avrebbe pensato che un gesto così futile avrebbe portato a conseguenze del genere. “Non ho considerato tanto quello che stavo facendo”- ha infine ammesso. Questo è il terzo caso in pochi giorni di turisti giapponesi denunciati tramite internet dalle implacabili accuse dei connazionali per aver imbrattato il duomo fiorentino. Prima la ragazzina del “Gifu City Women College”, che lo scorso febbraio, durante una gita scolastica, ha pensato bene di immortalare il suo soprannome e quello di 5 sue compagne su uno dei muri dell’osservatorio della Cupola del Brunnelleschi (Mana♥ Chii ♥ Yui ♥Ayana ♥Mika e Miki, questa l’opera d’arte della studentessa, che però non ha avuto l’accortezza di tralasciare il nome abbreviato della propria scuola). Poi l’ammissione di colpevolezza da parte di tre giovani della Kyoto Sangyo University. Infine il caso, più eclatante, del giovane ex- allenatore. In questo turbinio di accuse e clima di caccia alle streghe, si è levata solo la vocina di un media, il Sankei, che per puro spirito di cronaca ha tenuto a precisare che solo circa il 10% delle scritte vandaliche sul duomo fiorentino sono in giapponese. La maggior parte? In italiano, spagnolo e inglese.

CAKE MANIA

da Osaka, Paolo Soldano
(pubblicato su ZoeMagazine, Inverno 2008)



Torte torte torte: tutti pazzi per le torte.
Pasticcerie che sembrano gioiellerie, locali con file all’ingresso, grandi magazzini traboccanti di dolciumi: in Giappone, soprattutto nelle grandi città come Osaka e Tokyo, sembra che la moda dei dolci all’occidentale stia crescendo sempre di più.
II concetto che esprime la cucina giapponese è l'estetica del cibo che mira alla perfezione unita alla massima semplicità. La preparazione degli alimenti tiene presente due regole, cotture brevi e grassi assenti, applicate per conservare intatto il sapore e assicurare la digeribilità.
Sembra però che le cose siano un po’ cambiate, negli ultimi anni, da quando cioè i dolci all’occidentale, opulenti e abbondanti, grondano dagli scaffali di pasticcerie, supermercati e caffé.
Entrando nel piano sotterraneo di un grande magazzino giapponese si è subito investiti dal vociare dei clienti unito ai continui richiami dei commessi, che ogni secondo gridano “Prego!” o “Benvenuto!”. E tutto si trasforma in un enorme, elegantissimo mercato, dove gli odori si mischiano e la mente si confonde tra le centinaia di prodotti offerti. Tutto abbaglia,
colpisce, inebria, avvolge. Tutto incuriosisce, attira, affascina e suscita stupore.
Nulla è lasciato al caso, ogni più piccolo dettaglio è curato, dalla perfetta disposizione con la quale vengono presentati i dolci alle impeccabili divise dei commessi, sorridenti e gentili da contratto.
Ogni torta è fatta rigorosamente a mano, sotto gli occhi dei clienti, sia nei locali che nelle pasticcerie. La frutta, bene prezioso in Giappone, è scelta minuziosamente e disposta con una attenzione sopraffina.
Il cibo, per essere considerato buono, deve infatti essere anche bello da vedere. La cultura dell’estetica non ammette defezioni: per piacere al palato un piatto, che sia di pesce o di ca
rne, di riso o di tagliolini, deve anche piacere all’occhio. Questo vale ancora di più per i dolci.
Tra l’altro la "struttura" di un normale pasto non è basata su una serie di pietanze distinguibili (antipasti, primi, secondi ecc.). S
tesso discorso vale per la divisione dei pasti nell'arco della giornata, nonché per gli orari "tipo" da dedicare a colazioni, pranzi e cene.
Si mangia qualsiasi cosa a qualsiasi ora del giorno e della notte, non c’è alcuna distinzione, complice il fatto che molti ristoranti sparsi ovunque sono aperti 24 ore su 24.
La contaminazione diventa dunque una scelta obbligata, il “fusion” una questione di sopravvivenza commerciale: la concorrenza è spietata, i clienti esigenti, le aspettative sempre più alte.
Esiste per esempio una variante della New York Cheese Cake, venduta in una famosa pasticceria di Osaka, dove l’esclusività del prodotto è data dal fatto che si può reperire solo tra l’una e le cinque del pomeriggio, e che il formaggio utilizzato, tra gli altri, è l’italianissimo Parmigiano Reggiano.
I menù variano il più possibile: ci sono dolci “del giorno”, “di stagione”, “tradizionali”, oltre alle “novità del mese”.


Siamo passati attraverso Halloween, dove non sono mancati i dolci di zucca o a forma di zucca, con l’arancione come colore predominante. E adesso si attende il meraviglio evento super commerciale del Natale, che in Giappone non è altro che uno dei tanti modi per spendere soldi.
Essendo un paese a maggioranza buddista e shintoista, il Natale non è infatti sentito come festa religiosa, ma unicamente “di moda”. Per gran parte dei giapponesi è più importante la Vigilia piuttosto che il 25, quando tutti vanno a lavorare come sempre. E c’è perfino qualcuno convinto che Natale sia il 24.
Tutte le pasticcerie o i grandi magazzini preparano un gran numero di torte e sperano di venderle almeno entro il giorno dopo, in quanto dal 26 dicembre incominciano i preparativi per le feste del ben più sentito, e tradizionale, Capodanno. C’è anche un detto, non molto carino, che paragona l‘età di una donna al Natale, alludendo al fatto che fino a 25 anni è in età da matrimonio, ma dopo quest’età ha bisogno di “grandi sconti” per trovare marito. E non manca il soprannome: le ragazze di questo tipo sono dette “torte natalizie invendute”. Per molte single giapponesi la notte della Vigilia diventa quindi di fondamentale importanza: bisogna scegliere il posto giusto e soprattutto l’uomo giusto con cui andare fuori a cena. La serata deve essere elegante e speciale, oltre che romantica, e molto fa il regalo ricevuto.
Se lo scorso anno la stravagante novità commerciale è stata la torta natalizia dal sorprendente nome di “Diamanti: miracolo della natura”, con 100 piccoli diamanti provenienti dal Sud Africa che impreziosivano il dolce al cioccolato, in vendita in unico esemplare alla “modica” cifra di 100 milioni di yen (circa 600.000 euro), quest’anno cosa ci riserverà
l’inesauribile estro nipponico? Sicuramente qualcosa di ancor più sorprendente.
Ma come fanno le giapponesi a conciliare la loro linea perfetta, frutto di una dieta controllata e rigorosa, con le ipercaloriche porzioni dei dolci?
Semplice. Tutto sta nelle quantità e nell’eleganza.

Quantità, innanzitutto: le torte di qui in molti casi farebbero ridere a un qualsiasi goloso italiano. Spesso sembrano più degli assaggi che delle porzioni.
Eleganza: non c’è praticamente differenza, nei posti più chic, tra andare a fare spese e fare la spesa. Shopping e cibo sembrano la stessa cosa.
La maniacale ossessione nipponica per il packaging ha ovviamente colpito anche le pasticcerie e i caffé: torte e dolcetti sono doppiamente valorizzati dalla confezione che racchiude il tutto. Il sacchetto? In cartone duro, logo della pasticceria in rilievo, manici in corda. Esattamente come

per l’acquisto di una borsa di Gucci.
E non sono solo le donne ad andare matte per queste cose.
Dal momento che, sembrerebbe, molti uomini di mezza età (i famosi “salary men” giapponesi) non amano essere visti mangiare torte e dolciumi vari in pubblico, un fast food aperto due anni fa a Tokyo si è inventato uno strano modo per vendere i propri dolci: farli sembrare hamburger e patatine. I golosoni un po’ timidi possono ora nascondersi dietro la virilità di un panino traboccante salsa o di untuose patatine per assaporare in realtà sapori ben diversi. Ogni prodotto venduto è un dolce, nonostante sembri qualcos’altro: il “pane” è in realtà pan di Spagna, il “ripieno” è di crema a diversi gusti, i “sottaceti” sono pezzi di kiwi.
E pensare che, almeno in teoria, in Giappone non esiste il concetto di dessert come in Occidente.

GUARDAMI, ESISTO

da Osaka, Paolo Soldano
(pubblicato su Left n.31, 3 agosto 2007)


Osaka è una di quelle città dove perdersi è questione di un attimo, basta alzare la testa e tutto si confonde: le scritte diventano uguali, le strade tremendamente simili, punti di riferimento fissati poco prima svaniscono all’istante, in un senso di vertigine che qualche volta spaventa.
Esiste poi un quartiere, a Osaka, che si chiama Shinsaibashi, dove invece per non capire dove si è, e scuotere la testa, basta fermarsi a uno qualsiasi dei suoi angoli, e guardarsi intorno.
Una delle prime impressioni è che qui la moda, o meglio, le varie tendenze giovanili, sia sfuggita di mano un po’ a tutti.
La persistente idea di apparire il più possibile diversi e originali sembra quasi diventata un must, e non solo per le ragazze, ma per tutti quelli che frequentano questa zon
a.
Se da una parte ciò è lodevole, per la fantasia, la voglia di essere diversi e la capacità di inventiva, dall’altra, agli occhi di un occidentale, risulta tutto un po’ costruito, per non dire assurdo: gonnelline, gonnellone e gonnettine di ogni forma, misura, larghezza, lunghezza, colore, trasparenza; scarpe alte, altissime, ancora di più; ombrellini, parasoli, camicette, camicione, tacchi a spillo, pantaloni, pantaloncini -ini
-ini, canottierine -ine -ine; ricamate, a fantasia, a righe, a pois, in tinta unita e chi ne ha più ne metta.
Tra virtuosismi da scuole di moda ed esotismo suburbano, tra abrasioni e generosi lampi di effetti speciali combinati in modo a dir poco sorprendente, è davvero difficile capirci qualcosa: ragazze coperte quel tanto che basta da lasciare almeno un barlume di speranza all’immaginazione maschile, ragazzi che sembrano preoccupati più di “fare lo sguardo giusto” che di guardarsi attorno.
Se una signora di mezza età del Sud Italia riuscisse a vedere tutto questo, un appellativo che userebbe spesso sarebbe “scostumata”. E mai parola risulterebbe più appropriata, soprattutto nel senso letterale del termine, perché da queste parti sembra quasi che l’essere “senza costume”, senza vestito, sia una tendenza che va ben oltre la voglia d’estate. Se si considera anche il portamento, poi, che non è certo dei più signorili, il quadro è dipinto.
Insomma, un immaginifico coacervo di stili, una mirabolante accozzaglia di suggesti
oni pseudo-occidentali e tutte personali.


Ma andiamo per ordine, nonostante non sia così facile farlo in questa che sembra essere una continua, infinita sfilata, che prosegue a qualsiasi ora del giorno e della notte in tutte le sue eccentricità e sbavature.

Ci sono quattro principali “categorie” femminili in mostra nelle vie di Shinsaibashi, escludendo le (poche) “normali”: “neogotiche”, “bambole”, “alternative”, “cotonate”.
Hanno tutte dai 15 ai 25 anni circa, la maggior parte non si fa influenzare dalla moda delle grandi marche, tutte passeggiano in questa zona per uno scopo: apparire.

Rie, 22 anni, “bambola”, mi fa promettere che la sua foto non girerà sul web, perché ha paura che venga usata da brutte persone: “Vengo qui ogni giorno, da sola, per passeggiare e guardarmi in giro. Compro i vestiti che indosso nel negozio dove lavoro come commessa”. I suoi interessi? “Mi piace fare turismo” mi dice sorridente, e non ho il coraggio di chiederle se di solito lo fa vestita così, con l’ampio vestito rosa e nero a pois gonfiato da sottoveste bianca in pizzo
. Il suo sguardo è a dir poco fanciullesco, abbandono l’ironia e mi concentro sulla posa che assume per la foto.
Ci sono poi le neogotiche, colore predominante il nero, largo spazio a piercing, giarrettiere in vista, spesse calze autoreggenti a righe alternate e zeppe: nel loro stile “dark” rivisitato si distinguono subito per la loro eccentricità.
Ben diverse Yoko e Risa, 19 e 20 anni, “alternative”, entrambe di un’altezza vertiginosa anche senza tacchi: “Ci piace venire a Shinsaibashi un paio di volte alla settimana. Non guardiamo mai le riviste di moda, non vogliamo essere influenzate: seguiamo il nostro gusto”, ed è lampante sia così, basta osservarle un paio di secondi per capirlo. “Generalmente compriamo vintage, in un negozio di seconda mano”. Anche i loro interessi seguono questo stile. “Leggo letteratura surrealista giapponese”, mi dice Yoko, la più alta delle due “e adoro De Sade”. A Risa invece piace fare a maglia e leggere fantasy.

È davvero un universo variopinto, questo quartiere.
L’atmosfera è quella tipica dell’immaginario collettivo sul Giappone, un insieme di suggestioni che qui trovano conferma. Centinaia di ristoranti, locali, negozietti sempre aperti, karaoke, bar, love hotel, dvd shop, slot machine, pachinko, club, discoteche si susseguono uno dietro l’altro, e reclamano tutti le loro attrattive, colpendoti con neon luccicanti, con suoni e immagini e ragazzi che urlano invitandoti all’ingresso, o ragazze che sorridono mostrandoti menù e volantini. Fai un passo e si ricomincia, con tutto il gioco di luci, colori e scintillii di lampade intermittenti. Ti chiedi se la prefettura di O
saka abbia indetto un concorso per il locale più appariscente, poi ti rendi conto di essere in Giappone, in una delle città che non dorme mai, la seconda grande metropoli dopo l’inarrivabile Tokyo, e ti rispondi da solo.

Il mio giro prosegue, tra la mini statua della libertà che troneggia sul tetto di un palazzo e il gigantesco neon del “Glico”, l’atleta simbolo del Giappone; mi perdo tra Shinsaibashi Suji, una lunga strada al coperto, e Dotombori, via pedonale che la incrocia, dove si sviluppa la zona dai labili confini di Shinsaibashi, terra conquistata a pieno titolo da “cotonate/abbronzate”.
Accanto a “bambole” e “alternative”, è questa categoria che primeggia indiscussa per numero: moderne lolite che ondeggiano incerte, quasi avessero difficoltà a camminare, scottate da un sole artificiale e pettinate stile Tina Turner anni ‘80.
Chiedo a due di loro, sempre attraverso il mio interprete giapponese, se seguono la moda, e come mi aspettavo mi rispondono di sì. “Veniamo qui per fare shopping due volte alla settimana”. Amano vestirsi bene, guardano le riviste, gli piace una marca in particolare che indossano sempre. Interessi? “Andare nei club e ballare musica psichedelica”. Vorrei chiedere loro perché la maggior parte delle ragazze ha i piedi e le gambe storte, ma il mio interprete sembra imbar
azzato e non traduce, facendomi capire che si sta andando troppo sul personale, e desisto.
Secondo alcuni, comunque, questo modo di camminare non sarebbe altro che un atteggiamento costruito, pensato e messo in atto per sembrare ancora più giovani di quello che sono, ancora più innocenti di quello che possono essere. “Cammino in modo così incerto”, sembrano dire, “perché ho appena imparato a essere una donna: apprezzate la mia ingenuità”.
Ondeggiando di qua e di là come scosse da folate di vento forte, sgargianti ragazzine passano i loro pomeriggi andando su e giù, per lo più serie in volto, con sacchetti, sacchettini e inevitabile cellulare.
Difficile fermarle, difficile parlarci, difficile qualsiasi approccio.
In fondo, sono qui solo essere guardate: solo l’occhio esige la sua parte, a Shinsaibashi.

CENTO YEN SHOP

Dopo due mesi a Tokyo, tra un trasloco e l’altro e l’esigenza di comprare un sacco di cose per la nuova casa, ho capito che la vera differenza tra la capitale e Osaka non sta nelle dimensioni o nel clima, o nell’impressione che qui la gente faccia fatica a sorridere, ma nel fatto che gli “hyaku en shop”, i negozi dove tutto costa 100 yen (circa 60 centesimi), sono merce rara. Appena ne ho scoperto uno, mi sono letteralmente catapultato dentro per fare razzia di tutto quello che da altre parti ha prezzi improponibili: posate, bicchieri, tenda per la doccia, asciugamani, tovaglie, scatolette di tonno, pomodori in scatola, portapenne, detersivo, ometti, portachiavi, tazze, perfino banane... sono tornato a casa con due buste di plastica strabordanti e il sorriso sulle labbra della massaia felice. In totale ho speso qualcosa come 15 euro. Che Budda salvi gli “hyaku en shop”, dove la confusione regna sovrana e la qualità non è di norma, ma dove uno squattrinato come me ha trovato la sua vera casa.
(Tokyo, 5 giugno 2008)

AFRICAN NIGHTS

Non capita di vedere molti africani in un Paese come il Giappone, nonostante abiti a Tokyo e non in uno sperduto villaggio dell’Hokkaido. Non capita di vederne molti a meno che non succeda di assistere, per puro caso, a due “African Nights” una di seguito all’altra. Mercoledì: sfilata di moda di un noto brand italiano accompagnata da una ventina di percussionisti senegalesi a bordo passerella. Giovedì, danzi e canti del Botswana, a coronamento di una serata di raccolta fondi per un progetto di cooperazione tra Giappone e Africa. La cosa più sorprendente in tutto questo? Vedere impettiti uomini d’affari giapponesi trasformarsi in perfetti ballerini nonostante giacca cravatta e bagde d’ordinanza al seguito. Quando uno di questi impavidi ha avuto perfino il coraggio di slacciarsi la camicia e legarsela in vita accompagnando i danzatori africani, mostrando la panzetta e battendo le mani a ritmo, ho capito che forse è il momento di riscrivere qualche libro sul comportamento sociale dei giapponesi.
(Tokyo, 29 maggio 2008)

INGENUITA' ITALIANA

Ambra, 24 anni, italiana. Segni particolari: ingenua.
L’ho incontrata in un locale di Shibuya e mi ha raccontato questa storia. Piangeva a capo chino in uno dei tanti centri commerciali di Tokyo, perché non riusciva a trovare lavoro, quando due donne le si sono avvicinate. Consolandola e promettendole che l’avrebbero aiutata, l’hanno convinta ad andare con loro in una specie di chiesa. Qui un pastore l’ha fatta genuflettere e hanno cominciato a pregare tutti insieme, dandole anche delle pacche sulle spalle per “farla pregare più velocemente”. A un certo punto il pastore, dopo averle offerto un tè, le ha spiegato che il vero battesimo è per immersione. Non so come abbiano fatto a convincerla, sta di fatto che si è ritrovata nuda avvolta in una tunica bianca, nel bel mezzo di una piccola piscina rettangolare, con la mano del pastore sulla nuca, le grida di “Alleluia” delle donne, e la testa immersa nell’acqua gelida. Una volta rientrati in cappella, altre preghiere, questa volta specifiche: “Aiuta Ambra San a trovare lavoro!”. Se qualcuno di voi avesse qualche dubbio, può rivolgersi alla “Iesu no mitama”, la “Chiesa dello Spirito di Gesù”. Giapponese doc, ovviamente.

(Tokyo, 8 maggio 2008)

TOKYO, FINALLY

La prima settimana della mia nuova vita a Tokyo l'ho passata cercando di capire come funziona questa gigantesca città, che conta ormai 35 milioni di abitanti nell'intera area metropolitana e al cui confronto Osaka sembra un paesino. Ho decisamente scoperto l'arte dello spintone nipponico in metropolitana, il divieto di fumo praticamente in ogni strada, nonché la necessità di avere un garante giapponese per affittare casa. Ho intuito anche che non è un caso, se un terzo dei giapponesi vive qui. Solo a Tokyo potevo ritrovarmi ad una "opera dinner" al tavolo con il presidente (francese) di un'importante società, un trombettista jazz (americano) e un direttore marketing (giapponese). Praticamente una barzelletta, ambientata in uno dei locali più chic della città, animato da una soprano che ha interpretato arie (italiane) famose. Dimenticavo: è praticamente inutile partecipare a un evento del genere senza "meishi", il biglietto da visita. Niente "meishi", poca credibilità. Ovviamente è la prima cosa che ho fatto stamattina.
(Tokyo, 17 aprile 2008)

SUMO

I due lottatori sono uno di fronte all'altro, chinati nella classica posizione a gambe aperte. Si guardano negli occhi, studiandosi per prendere d'anticipo l'avversario. La concentrazione è al massimo e l'arbitro (vestito di un formalissimo kimono multicolore, cappellino nero e bandierina) è a lato, immobile anche lui. Gli spettatori attendono che l'incontro abbia inizio, e nel silenzio generale cosa vedo? Un inserviente a meno di due metri dai lottatori che pulisce con una scopettina il bordo ring. Il Giappone è bello perché è pieno di contraddizioni, e il Sumo è un rituale che ne contiene tante: grazia e forza, eleganza e brutalità, massa fisica e agilità. La cosa che più affascina in questo (parliamoci chiaro) noiosissimo sport, non è tanto l'incontro, quanto la lunga preparazione ad esso, che richiama le sue origini religiose e rituali: sarà forse per questo motivo che i tornei durano tutto il giorno? Un consiglio: evitate di prendere i posti in prima fila, perché vi potrebbero arrivare duecento di lottatore direttamente in braccio.
(Osaka, 20 marzo 2008)

DIECI COSE CHE I GIAPPONESI NON AMMETTERANNO MAI

Grazie alla mia attenta osservazione e a un’indagine semiseria e senza alcun valore scientifico condotta tra alcuni amici di Osaka e Tokyo, sono arrivato alla conclusione che sono queste le dieci cose che i giapponesi non ammetteranno mai: 1. Abbiamo una naturale predisposizione a comporre file, soprattutto inutili. 2. Spesso non riusciamo neanche noi a scrivere gli ideogrammi, e ci aiutiamo con il cellulare. 3. Ripetiamo sempre le cose che l’interlocutore dice. 4. Non ricordiamo i titoli dei libri perché appena li compriamo ce li facciamo avvolgere con carta da pacchi. 5. Diciamo sempre sì, anche se la risposta è no. 6. Guardiamo senza essere guardati. 7. Facciamo finta di dormire sulla metro per non cedere il nostro posto. 8. Sfruttiamo ogni ritaglio utile di tempo per rifarci il trucco, sempre e ovunque. 9. Qualsiasi cosa le nostre donne debbano fare, sceglieranno sempre le scarpe più scomode per farlo. 10. La balena in realtà non ci piace.
(Osaka, 10 marzo 2008)

BARA ECOLOGICA

Dopo il reggiseno che, in cinque passaggi, si trasforma in borsa della spesa (ahimé non ho ancora visto però nessuna casalinga sfilarselo alla cassa e usarlo come sacchetto) la nuova moda del risparmio ecologista è arrivata a sfornare anche la bara bio. Dal momento che gran parte dei giapponesi si fa cremare, è davvero uno spreco bruciare il corpo in una bara di mogano. Da qui l’invenzione ecologista: la bara completamente in cartone. Alla modica cifra di circa 300 euro ci si può portare a casa un bel feretro cartonato con tutti i crismi per rispettare l’ambiente. Dal momento poi che per tradizione è comune bruciare anche alcuni oggetti che ricordino la persona, anche qui non ci si è fatti scappare l’occasione per rispettare l‘ambiente: il caro estinto era un amante del golf? Delle mazze da golf, con tanto di pallina, fanno al caso vostro. Appassionato di pesca o di sport invernali? Niente paura: una canna da pesca con mulinello o un bel paio di sci sono la soluzione. Il tutto? Rigorosamente in legno.
(Osaka, 29 febbraio 2008)

NOZZE IN GIAPPONE

Bisogna essere proprio convinti di sposarsi, in Giappone, soprattutto se uno dei due è straniero. Un’amica italiana ha deciso di convolare a nozze con un baldo giovanotto nipponico. Al di là del romanticismo e di tutta la poesia che ci può essere in un avvenimento del genere, per ottenere il cosiddetto visto matrimoniale ha dovuto compilare un mucchio di scartoffie che vanno ben al di là della classica procedura burocratica. Dal momento che lo sposo diventa il garante della futura moglie, oltre a documenti come stato di famiglia, certificato di nascita ecc., è necessario non solo scrivere una breve ma precisa storia della relazione (quando e dove si sono conosciuti i futuri sposi, i viaggi fatti, le esperienze avute insieme) ma anche allegare delle foto scattate in passato che ritraggano la coppia felice. E non è finita. Il questionario impone anche di rispondere nella maniera più dettagliata possibile a domande del tipo: “In che lingua parlate quando state insieme?”, “La sposa quanto sa parlare giapponese e dove l‘ha studiato?”, “Quante volte è venuta in Giappone e perché?”. Insomma, un vero e proprio terzo grado. Ma la domanda più assurda rimane: “Quando non vi capite, come fate?”. Credo che tante coppie sposate da anni non siano ancora in grado di rispondere.
(Osaka, 17 febbraio 2008)

VICINI DI CASA

Mi capita raramente di dover sostenere una conversazione in giapponese, dal momento che tutti quelli che di solito mi rivolgono la parola lo fanno perché vogliono parlare inglese. A questa regola non scritta fa eccezione il mio vicino di casa, un simpatico tipino da capelli a spazzola di una sessantina d’anni, alto non più di un metro e cinquanta. Ogni volta che mi incontra, mi saluta e mi dice qualcosa: di solito si limita a constatare le condizioni meteo, con frasi standard del genere “Che freddo, eh?”, o “Che caldo!”, a seconda della stagione. Una volta mi ha perfino fatto sapere che a Tokyo aveva nevicato. L’altro giorno però è andato ben oltre. Rientravo a casa con le borse della spesa, zaino in spalla, dopo una delle mie consuete lezioni di giapponese, durante le quali sempre più spesso mi chiedo quando arriverò a capirci veramente qualcosa, di questa strana lingua. Scoraggiato e affamato, avevo già infilato le chiavi nella porta quando il mio vicino di casa fa il suo ingresso dalle scale: maglione infeltrito marroncino fantasia, maglietta della salute color panna sotto, pantaloni “bianchi” e infradito nere. Splendido. Mi ha tenuto esattamente 12 minuti parlandomi in stretto Osakaben (il dialetto di Osaka, incomprensibile perfino a Tokyo) non so di che cosa, con me che lo guardavo e continuavo ad annuire e sorridere senza dire una parola. Solo grazie alla sua straordinaria gestualità sono riuscito a intuire (forse) dei vari problemi condominiali che lo attanagliano: coreani rumorosi, tubature rotte, pulizia delle scale. Forse.
(Osaka, 3 febbraio 2008)

LEZIONE PREPARATORIA AL DISASTRO PER RESIDENTI STRANIERI

Che i giapponesi siano organizzati ed efficienti, è uno stereotipo con una grande base di verità. Che lo siano fin quasi a diventare comici, è un dato di fatto. Lo dico perché mi sono imbattuto, tra le pagine di un piccolo giornale in inglese di annunci vari, nella pubblicità a mezza pagina della “Lezione Preparatoria al Disastro per Residenti Stranieri”. Come se non bastasse il titolo per invogliare a partecipare alla lezione, nelle righe sotto si legge: “Per prepararti ad una emergenza, perché non ti unisci alla nostra classe preparatoria ai disastri, comprendente anche un terremoto simulato di livello 7?” Già, perché?, mi chiedo anch’io. D’altronde, meglio avere le idee chiare e sapere esattamente cosa fare. “In Giappone”, mette infatti in guardia l’annuncio, “i terremoti capitano frequentemente”. La lezione, organizzata dal famigerato Dipartimento di Pianificazione e Comunicazioni, che sembra un ufficio da Grande Fratello di Orwell, è anche tradotta simultaneamente in inglese, cinese e coreano da interpreti volontari, e tutti i partecipanti saranno perfino omaggiati di un fantastico “kit per la prevenzione dei disastri”. Come mancare? Mi immagino già il classico 22enne australiano, annoiato con una birra in mano sul suo futon, che non sa proprio come passare la sua domenica pomeriggio e corre a telefonare per prenotare la sua prima lezione del corso di prevenzione ai disastri…
(Osaka, 28 gennaio 2008)

MUTANDINE

Ogni volta che guardo la tv giapponese non riesco a non scuotere la testa: telegiornali che aprono su un piccolo incidente tra auto nella periferia di Tokyo, programmi comici o pseudo tali, televendite con ogni sorta di inutile oggetto (avete presente la plastica trasparente da imballaggio, quella che si usa per evitare che piatti, vetri o bicchieri si rompano, e che in realtà è stata inventata solamente per avere il piacere di scoppiare le bollicine piene d’aria? Beh, in Giappone hanno inventato un piccolo dispositivo portatile, che funge anche da portachiavi, che simula la mitica plastichina sia dal punto di vista tattile che sonoro). Insomma, programmi del genere. L’altro giorno però hanno superato ogni limite. Servizio giornalistico da inchiesta: inquadrature strette e rallentate su un uomo in manette, racconto con dovizia di particolari sul “maniaco”, interviste a volto coperto a più donne sue vittime. Penso a stupri, violenze, abusi di ogni genere, ma non riesco a cogliere il reato di cui si sarebbe macchiato l’arrestato fino a quando, esattamente come tutte le polizie del mondo fanno, non viene mostrato sul tavolo il materiale sequestrato nella casa dell’uomo: mutandine. Viola, nere, di pizzo, celesti. Insomma, un ladro di mutandine stese ad asciugare. Ne ho parlato con qualche mia amica, ed è venuto fuori che in Giappone spesso avvengono furti di biancheria intima femminile. Non voglio neanche sapere quale pena è prevista per questo genere di reato.
(Osaka, 14 gennaio 2008)

PARTORIRO' SENZA DOLORI

Per la prima volta nella mia vita ho passato la fine dell’anno in un tempio buddista: capodanno spirituale, scandito dal suono ritmato dei tamburi, dalle luci delle lanterne, da un numero imprecisato di monaci e da un freddo glaciale. Mi sono lasciato talmente coinvolgere che ho partecipato anch’io ai riti previsti. Prima della mezzanotte mi sono fatto guidare tra i vari tempietti con divinità differenti, fino a scegliere quelli che mi sembravano più appropriati: innanzitutto il tempietto dell’acqua, poi quello dell’arte, infine quello “principale“, un po‘ per tutto. Ho lasciato cadere una moneta, ho battuto due volte le mani alzate all’altezza del petto, e tenendole congiunte mi sono inchinato due volte rimanendo in preghiera, occhi bassi, verso quella specie di altare. Non avevo con me abbastanza monete, altrimenti avrei fatto anche quello dedicato allo studio (che fa sempre bene) e del cibo (non si sa mai, è sempre meglio avere la pancia piena qualsiasi cosa si affronti).
Dopo la mezzanotte ho anche speso 200 yen per pescare un bigliettino sul quale veniva predetto il mio anno. Mi è stato assicurato che si tratta solo di un “consiglio”, un “avvertimento”, posso sempre cambiare il mio destino: sta di fatto che pare che il mio anno sarà terribile, almeno nella prima parte. Il mio punto cardinale rimane l’Est, le cose che ho perso non le ritroverò, per i viaggi non devo avere fretta, la persona che sto aspettando arriverà ma chissà quando, non sarà facile trovare lavoro, guarirò dalle malattie ma dopo un lungo periodo. Insomma, niente di buono. Le uniche cose positive? Il parto non sarà faticoso e per traslocare non c’è problema.

(Osaka, 1 gennaio 2008)

NATALE

In Giappone il Natale è una festa tutta commerciale, una vera e propria “moda” importata dall‘estero, e la vigilia è una specie di San Valentino, durante la quale è di fondamentale importanza uscire con la persona giusta, andare nel posto giusto e fare il regalo appropriato. La giornata del 24, per la prima volta nella mia vita, non solo l’ho passata lontano dall’Italia, ma addirittura in un centro commerciale, vestito da Babbo Natale, con la classica giubba rossa con i pon pon panna, cintura nera, barba bianca posticcia e sacco pieno di caramelle da distribuire ai bambini. Giravo per i corridoi preceduto da una simpatica signorina con la casacca celeste del centro commerciale, munita di stereo con canzoni natalizie tradotte in giapponese, e seguito da un giovane universitario vestito da renna. Un bel trio, a pensarci bene. Diciamo comunque che non è stata proprio come me l’aspettavo, questa mia prima vigilia lontano da casa, anche se in realtà mi sono divertito - tranne con il bambino di 6 anni che con una mazza da baseball di plastica voleva “farmi la festa“, e con il gruppo di ragazzine tredicenni che, appena mi ha visto, ha cominciato a urlare a squarciagola “Santa san, Santa san!”. Santa Claus per i giapponesi è infatti “il signor Santa”, e con il signor Santa non puoi che fare almeno una decina di foto. Il momento più commovente? Quando una bambinetta timidissima e un po’ impaurita mi si è avvicinata e mi ha dato la sua letterina, che conservo gelosamente nel cassetto.
(Osaka, 25 dicembre 2007)

NARA

Non capita spesso di essere circondati da centinaia di cervi in libertà, soprattutto in città. Ma una delle meraviglie di Nara, la prima capitale del Giappone, è proprio questa: 1200 animali (molti dei quali con le corna tagliate) scorrazzano senza problemi per strade e stradine, prediligendo ovviamente le zone con più verde. Ho percorso la strada principale, dalla stazione al tempio ligneo più grande del mondo dove c’è una statua gigante in bronzo di Buddha nella classica posizione del loto, affiancato da cervi di ogni età e grandezza. In realtà non si sono molto interessati a me, quando hanno capito che la macchina fotografica che tenevo tra le mani non era commestibile. Molto più aggressivi e disponibili con i tanti turisti che davano loro del cibo: ormai abituati a condividere gli spazi con esseri umani di ogni genere, e soprattutto a ricevere da mangiare direttamente dalle mani delle persone, non si lasciano certo pregare per accettare biscotti e biscottini offerti loro. È così che mi è capitato di vedere ragazzini urlanti rincorsi dai cugini cattivi di Bambi, mamme isteriche in preda al panico con bambini in braccio e fameliche bocche protese, anziane signore alla prese con cappotti tirati e giacche strappate. Niente di veramente pericoloso, s‘intende: il problema è che la reazione del giapponese medio fa pensare a una sciagura a ogni passo.
(Osaka, inverno 2007)

G-DAY

Qualcuno l’ha ribattezzato “G-Day” (da Gaijin - “straniero” - in giapponese) o “Foreigner- Day”, all’inglese. Sta di fatto che dal 20 novembre le regole per l’ingresso in Giappone sono cambiate: tutti quelli che vorranno mettere piede in terra nipponica dovranno sottoporsi ai cosiddetti controlli biometrici. Nello specifico, sarà scattata una bella foto e verranno prese le impronte digitali. Dopo gli Stati Uniti, il primo Paese ad adottare questo sistema post 11 settembre, il Giappone sembra avere tutto d’un tratto paura di attacchi terroristici dall’esterno, nonostante non si siano mai verificati in tutta la sua storia. Ufficialmente la nuova legge sull’immigrazione è stata fatta proprio per prevenire il terrorismo. La verità è che gli stranieri, soprattutto quelli che intendono fermarsi in Giappone a lavorare, o a studiare, per diverso tempo, non sono molto ben visti dai giapponesi doc (fortunatamente sempre meno). Lo scetticismo regna sovrano: lo straniero porta criminalità, confusione, squilibrio. Prendiamo Osaka, ad esempio: se hai una macchina fotografica e l’aria spaesata, gran parte delle persone si ferma, ti aiuta, è gentile. Ma se hai una bicicletta o il passo deciso di chi sa esattamente dov’è e dove sta andando, il discorso cambia: l’indifferenza e il distacco regnano sovrani, esattamente come tra i giapponesi. Che sia questa l’integrazione?
(Osaka, 2 dicembre 2007)

OSAKA EUROPEAN FILM FESTIVAL

Tutti pazzi per il cinema europeo. Per tre giorni Osaka si è trasformata nella capitale del cinema d’autore della Vecchia Europa, grazie alla straordinaria partecipazione di pubblico all’Osaka European Film Festival. Non potevo certo mancare, e per la prima volta da quando sono qui mi sembrava di essere tornato in Italia. Ospite d’eccezione, un’arzilla signora 87enne, attrice in un film tedesco, che è riuscita anche a partecipare, e a ballare, all’All Night Party organizzato in serata in un club. L’unico film italiano in programma parlava di immigrazione clandestina e omosessualità femminile: due temi quasi completamente estranei alla società giapponese, come hanno confermato le domande al regista dopo la proiezione.
Durante il film ci sono delle brevissime scene di ballo, quindi uno spettatore ballerino ha chiesto al regista se gli piacesse danzare. Il film si chiude in un campo di grano, e allora gli è stato chiesto se l’agricoltura costituisse per lui un valore importante. Ambientato nella zona di Udine, a un certo punto nel film viene inquadrata una grandissima sedia, una sorta di statua gigantesca. La domanda è stata, ovviamente, dove si trova. E sono convinto che a breve la zona di Udine sarà ripopolata da smanianti turisti giapponesi con macchine fotografiche e telecamere al seguito a caccia della tanto agognata sedia. Il regista, che ho avuto il piacere di intervistare prima e dopo la proiezione, faticava a rendersi conto di cosa stesse succedendo esattamente: autografi, foto, dediche. Un bagno di folla che certo non si aspettava.

(Osaka, 27 novembre 2007)

JUN

Di solito do lezioni d’italiano a studentesse di musica o casalinghe annoiate. Il 46enne di professione “studente” con il quale ho passato l’intero pomeriggio di sabato rappresenta un caso semplicemente unico: mi viene a prendere in macchina vestito con giacca in pelle rossa, maglietta della zona a luci rosse di Amsterdam, jeans bianchi con striature rosse, scarpette rosse. Dopo esserci fermati a comprare 4 caffé, due torte e dolcetti vari, mi porta in una specie di scantinato, il paradiso della paccottiglia e del disordine, con scatole sparse ovunque, libri impolverati, vassoi, oggetti vari, scaffali traboccanti e centinaia di dischi. Accende i suoi due computer e la televisione sulla BBC, sfoggia la sua macchina fotografica e sintonizza la radio su una stazione italiana. Non faccio in tempo a rendermene conto e tira fuori una scatola con una quarantina di cassette con le registrazioni di trasmissioni radiofoniche fatte durante i suoi viaggi in Italia. Alzo lo sguardo e su una parete inclinata vedo una gigantesca cartina del mondo con cerchiati i posti dove è stato, e mi spiega che parte sempre da Amsterdam per viaggiare, in macchina, ovunque gli giri: Casablanca, Istanbul, Capo Nord. Adesso studia l’italiano perché vuole andare da Milano a Taormina con la sua ragazza, a gennaio. Si alza continuamente, non segue, si cambia l’orologio tre volte, parla in inglese, francese, giapponese e quando si ricorda italiano. Ho fatto lezione a un maniaco compulsivo.
(Osaka, 17 novembre 2007)

KANON

Da quando sono arrivato a Osaka, ormai più di cinque mesi fa, non ricordo che ci siano state due giornate uguali una all’altra. Il ritmo frenetico degli avvenimenti, le persone incontrate, i luoghi visti, i volti impenetrabili dei giapponesi: ho scoperto una nuova dimensione di tempo, ma anche di spazio. Nonostante tutto, però, il giovedì sera è sinonimo di Kanon, una piccola discoteca in un seminterrato del centro, una delle poche in città a mettere musica rock e indie. Da quando l’ho scoperto non ho perso neanche un giovedì, è diventato un appuntamento fisso, immancabile. Di solito entro verso l’una, a serata avviata. I due ragazzi all’ingresso mi riconoscono, mi dirigo subito al bancone e il barista non mi chiede neanche più cosa voglio da bere perché lo sa già. Chi frequenta questo posto è più o meno sempre la stessa gente, sono poche le facce nuove. So già chi e cosa mi aspetterà: il tipo giapponese che balla sotto il dj esattamente davanti alla cassa, un altro che non sembra ballare ma fare ginnastica, tre ragazze che si muovono tutta la sera in sincro, un’altra con i capelli raccolti e con una serie infinita di tatuaggi, una coppia di amiche, di cui una si muove come una tarantolata e l’altra è un statua di sale, e tanti altri. Ormai saluto tutti come vecchi amici anche se non ricordo nemmeno i loro nomi. Dopo aver fatto chiusura sulle note di una vecchia canzone reggae, mi attende un altro appuntamento del giovedì: la ciotola di ramen bollente nel negozio all’angolo. Ma questa è un’altra storia.
(Osaka, 9 novembre 2007)

FALLIMENTI

Se sei mesi fa qualcuno mi avesse detto che avrei partecipato alla mia prima riunione sindacale a Osaka, probabilmente lo avrei preso per pazzo.
Beh, quel pazzo avrebbe avuto ragione. Quattromila insegnanti di lingua sparsi per tutto il Giappone, tra cui io, hanno perso il lavoro, a causa del fallimento della più grande scuola/azienda privata del Sol Levante, dove si insegnavano inglese, italiano, cinese, francese, tedesco e spagnolo. In attesa degli stipendi di settembre e ottobre, che non so né da chi né quando ci verranno dati, mi ritrovo disoccupato in un Paese straniero, con la vaga sensazione che la cosa non si metterà tanto per il meglio, almeno a breve. Ho scoperto che la burocrazia e le procedure fallimentari, alla fin fine, sono uguali in tutto il mondo, Giappone incluso. Non resta altro che aspettare che qualcosa avvenga, e che qualcuno ci spieghi cosa fare.
In ogni caso, comunque vadano le cose, ho deciso di restare. Perché mi piace questo posto, perché mi piacciono le persone che ci abitano, perché mi piace essere guardato quando sfreccio in bicicletta scampanellando sui marciapiedi. Mi piace sentirmi straniero, anche se in qualche modo mi sento a casa, forse perché in pochi mesi ho provato tutto quello che di solito si sente in anni: odio, amore, inquietudine, benessere, stupore, angoscia, noia, solitudine. E molto, molto altro. Tutto quello che una sola pagina di diario non potrebbe mai contenere.

(Osaka, 29 ottobre 2007)

FOGNA

Conoscevo la cucina giapponese per la sua qualità e la sua delicatezza: il cibo mira alla perfezione estetica unita alla massima semplicità. Mangiare poco e spesso, in modo elegante e raffinato, è una delle attività sempre di moda qui, complice il fatto che lo si può fare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Mi devo ricredere quando accendo la televisione e una tipetta biondina dietro a una ciotola da 9 chili di riso e carne sorride tra un boccone e l’altro. Rimango lì impalato con il telecomando in mano, interdetto, perché non solo riesce a finire completamente il piatto, ma anche a farlo a una velocità impressionante. Si chiama Gal Sone, e scopro che in Giappone è una specie di mito. Un metro e 62 per 43 chili di peso, la dolce ventiduenne è in grado di ingurgitare quantità di cibo da record, e non assimila quasi nulla andando semplicemente in bagno. È diventata un vero e proprio fenomeno grazie a una delle tante “gare di cibo” organizzate nel paese, competizioni che vedono protagonisti soprattutto uomini, ma pare che la piccola Gal non abbia rivali in questo campo. Ha partecipato a decine di match, anche contro più persone, e ha sempre vinto. Le regole sono semplici: mangiare quanto più possibile nel minor tempo possibile. Spengo la televisione, pensieroso. Mi accorgo che è ora di cena ma mi è completamente passato l’appetito: ho ancora in mente la bocca spalancata del nuovo fenomeno giapponese.
(Osaka, 21 ottobre 2007)

MIDOSUJI PARADE

La Midosuji è una delle grandi, trafficatissime arterie di Osaka, otto corsie che attraversano la città da nord a sud, una di quelle strade dove è più facile prendere un taxi che attraversare la strada. Domenica scorsa la percorrevo a piedi, in occasione della Midosuji Parade, una manifestazione dove il trash l’ha fatta da padrone per tutte le due ore che sono rimasto: pseudo cantanti folk e rock, stravaganti ballerini, danzatori in carne e artigiani-venditori provenienti da tutta l’Asia si sono dati il cambio per allietare le migliaia di persone presenti. Con risultati a dir poco sconcertanti. Sui quattro palchi allestiti sono riuscito a vedere, nell’ordine: un gruppo di vocianti e smanianti ragazzini giapponesi che hanno trascinato in un ritmo assordante tutti quelli che passavano; una band che cantava in spagnolo, con trio di “ballerine” di flamenco sotto il palco che cercavano inutilmente di coinvolgere tutti; danze tradizionali asiatiche di gruppo con partecipanti con non meno di 60 anni. Dopo aver preso un vero caffè italiano da un improvvisato bar su un furgoncino originale Volkswagen anni ‘50, con una sorridente signorina che è anche riuscita a dirmi “ciao e grazie”, mi sono consolato nell’area dedicata ai bambini, dove sono stato a guardare i piccoli artisti con in mano pennelli e pennarelli, tutti impiastricciati con colori e tempere.
(Osaka, 19 ottobre 2007)